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Perché la deterrenza delle armi non può essere la via della pace

“La pace è soprattutto deterrenza”, così, il 28 marzo scorso, la premier Giorgia Meloni si è rivolta al contingente militare italiano operante in Libano. Io non so se la premier conosce o no il latino, ma questa sua affermazione riecheggia il celebre detto degli antichi romani: “Si vis pacem, para bellum” (Se vuoi la pace, prepara la guerra). Una visione questa diametralmente opposta a quella del Magistero sociale della Chiesa che, proprio a riguardo del fenomeno della deterrenza delle armi come mezzo di dissuasione, ha espresso “severe riserve morali”, affermando: “L’accumulo delle armi sembra a molti un modo paradossale di dissuadere dalla guerra eventuali avversari. Costoro vedono in esso il più efficace dei mezzi atti ad assicurare la pace tra le nazioni”. Ma si tratta di una facile quanto pericolosa illusione, perché “la corsa agli armamenti non assicura la pace”(Compendio Dottrina Sociale della Chiesa, n 508). Anzi, essa non solo non elimina le cause della guerra, ma rischia di facilitare l’apertura di nuovi conflitti. Infatti, può accadere che taluni  governi, con i loro arsenali ben forniti di molteplici armi sofisticate, si sentano più sicuri, più forti, e quindi maggiormente tentati di allargare i propri confini, di accaparrarsi nuove risorse, di accampare ragioni per difendere presunti diritti, e quindi aggredire altri paesi per raggiungere i loro obiettivi e rafforzare il loro potere. E purtroppo, Storia alla mano, questa perversa dinamica si è molto spesso verificata. Pertanto, bisogna concludere che l’enorme aumento delle armi non solo non serve a tenere lontano le guerre, ma c’è di più perché, addirittura, “rappresenta una minaccia grave per la stabilità e la pace” (CDS 508).

Partendo da questa realistica convinzione, il Magistero sociale propone una meta molto alta, quella, cioè, di un “disarmo generale, equilibrato e controllato”, che deve avere come fondamento “il dialogo e il negoziato multilaterale” (CDS n 508). Ed è ovvio che tutto ciò implica molto impegno, molta pazienza, molta capacità di apertura, e una fantasia creatrice tale da inventare istituzioni di pace. Nella XVI Giornata Sociale diocesana del 26 novembre 2022, dedicata al 60° anniversario della “Pacem in terris” di papa Giovanni XXIII, il relatore, Mons. Mario Toso, vescovo di Faenza, aveva lanciato lo slogan: “Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace” (quindi non la guerra), atte a favorire la maturazione di una vera “cultura di pace”, percepita come una valore profondo, necessario per un’autentica convivenza umana. “(…) Quando parliamo del nostro desiderio alla pace –  così diceva Mons. Toso – non intendiamo aspirare ad uno stato di non guerra semplicemente, ma pensiamo ad un ordine sociale, ad una convivenza sociale sostanziata da libertà, verità, solidarietà, giustizia e fraternità”.

L’educazione alla cultura della pace

 La formazione e l’educazione alla cultura della pace deve attraversare tutta la comunità socio-politica in tutte le sue articolazioni come la famiglia, la scuola, le associazioni, la comunità ecclesiale. Ovviamente affermare, come ricordato sopra, che la via della pace suppone la deterrenza delle armi non contribuisce all’edificazione di una sana cultura della pace, ma, al contrario, prepara alla degenerazione di “una guerra di tutti contro tutti”. Come sembra che stia accadendo, purtroppo, ai nostri giorni, con i conflitti in atto che somigliano a una spirale in continua evoluzione che, con le sue inevitabili ricadute globali, soffoca la vita di tutta la comunità internazionale. È come se, in una sorta di nuova pandemia, si stesse diffondendo il virus della guerra, che contagia ad uno ad uno un paese dopo l’altro. Si tratta di un fuoco che si propaga e si allarga ogni giorno di più, senza controllo, tanto che sono molti che temono il deflagrarsi di una nuova guerra mondiale, andando, quindi, oltre a quella che già Papa Francesco, da diversi anni, chiama “la terza guerra mondiale a pezzi”, dati i molteplici conflitti, sparsi per tutto il mondo.

“La guerra è roba da manicomio”

C’è, inoltre, un altro elemento importante da tenere presente sul versante antropologico: la guerra è “il fallimento di ogni autentico umanesimo”(CDS n 497). Nella “Pacem in terris”(n 67), papa Giovanni arrivò a definire la guerra come qualcosa che “alienum est a ratione”(fuori dalla ragione).  E allora, dato che l’uomo, secondo la definizione di Aristotele, è un “animale razionale”, scatenare una guerra vuol dire agire mettendo da parte la ragione, cioè in modo irrazionale, non da essere umani. In altri termini, in maniera istintiva, ovvero come belve, che si sbranano a vicenda. Per questo don Tonino Bello poteva dire che la guerra “è roba da manicomio”. E Papa Francesco evidenzia: “La guerra è sempre un’assurdità e una sconfitta” dell’umanità, la quale, in tal modo, possiamo aggiungere, si avvia a un pericoloso degrado etico, relazionale e culturale.

Da queste riflessioni emerge la “drammatica urgenza” di cercare  con determinazione “soluzioni alternative alla guerra” (CDS n 498). E infatti, “la pace non è semplicemente assenza di guerra e neppure uno stabile equilibrio tra forze avversarie,  ma si fonda su una corretta concezione della persona umana  e richiede l’edificazione di un ordine secondo giustizia e carità” (CDS. n 494).

E in questa direzione va l’appello del nostro Arcivescovo: “Pace e solo pace, perché solo nella pace c’è la vita, nelle armi una escalation di vendetta e di morte. È una dura verità, che forse si dimentica o forse coloro che vogliono affidarsi solo alla forza delle armi a volte dimenticano, alzando sempre di più la posta”(Mons. Luigi Renna, Omelia della Messa per le forze armate 21.3.2024).

Quanto detto non esclude la possibilità della legittima difesa di fronte all’ingiusto aggressore: “[…] i responsabili di uno Stato aggredito hanno il diritto e il dovere di organizzare la difesa anche usando la forza delle armi” (CDS n 500). Ma anche su questo punto, il Magistero sociale della Chiesa precisa che “l’uso della forza, per essere lecito, deve rispondere ad alcune rigorose condizioni […]”. E inoltre: “Le esigenze della legittima difesa giustificano l’esistenza, negli Stati, delle forze armate, la cui azione deve essere posta al servizio della pace: coloro i quali presidiano con tale spirito la sicurezza e la libertà di un Paese danno un autentico contributo alla pace” (CDS n 502). “Non si ceda alla logica delle armi e del riarmo [….].La pace non si costruisce mai con le armi […] ma nel rispetto dei principi del diritto internazionale”(Francesco).

Artigiani di pace

Dovremmo tutti avere presenti le parole di Papa Benedetto XV che, nel pieno della prima guerra mondiale, aveva lanciato un grido, purtroppo, inascoltato dai potenti del mondo: “la guerra è una  inutile strage”.

Cosa possiamo fare noi, che non abbiamo in mano le leve del potere, per costruire la pace? Una risposta semplice, ma impegnativa, ci viene da Papa Francesco che esorta tutte le donne e gli uomini di buona volontà ad “essere artigiani di pace”. Costruire la casa della Pace è un impegno che coinvolge tutti:  “C’è una ‘architettura’ della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un ‘artigianato’ della pace che ci coinvolge tutti”; con i nostri stili di vita quotidiana possiamo essere ‘fermento efficace’ di pace, promuovendo una vera amicizia sociale, il rispetto per la dignità di ogni persona, a partire dai più poveri e fragili (Fratelli tutti n231).

Foto ANSA/SIR

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