“In Italia mi dicono che sono marocchina, in Marocco mi dicono che sono italiana. A chi appartengo?”. Una domanda a cui si dovrebbe rispondere con facilità, ma che viene sempre sottovalutata.

È questa la ferita sottile, ma quotidiana, che accompagna moltissimi giovani nati o cresciuti in Italia da famiglie straniere. Ragazze e ragazzi che vivono, parlano, sognano, studiano e lavorano in questo Paese, e che da sempre sentono di farne parte. Ma a cui viene chiesto ogni giorno, in modo più o meno diretto, di dimostrare che appartengono davvero al nostro Paese. Ed è da questa consapevolezza che nasce la campagna di comunicazione sociale “A cu’ appatteni? Alla Sicilia!”, ideata dalla collaborazione tra giovani attivisti e volontari formatisi attraverso il progetto sul “Narrative Change” tenuto da “Tuas-Tutta un’altra storia – Nuove cornici narrative contro la discriminazione e l’odio”. Finanziato da Aics e promosso in Italia da una cordata di Ong di cui è capofila Cisv di Torino, la campagna ha vinto un concorso nazionale e per la sua implementazione ha avuto il supporto anche del Conngi e di Codiasco. “A cu appatteni?” è stata realizzata da Cope, Locanda del Samaritano, Aifcom, Accoglierete Siracusa e con la collaborazione di Fieri Aps e Manitese Sicilia.

“Ci appartiene”

Questo il messaggio centrale: la realtà multietnica e multiculturale non è una proiezione, né un’emergenza, né una novità. È già qui, presente in ogni scuola, in ogni quartiere, in ogni aula universitaria. Solo che spesso non viene riconosciuta. Peggio: viene strumentalizzata e politicizzata. La campagna ha voluto restituire dignità e visibilità a chi ogni giorno lotta contro l’invisibilità burocratica e culturale, a partire dalle storie vere.

Come quella di Youssra, 24 anni, nata a Enna da genitori marocchini. “Fortunatamente ho ottenuto la cittadinanza a 7 anni, insieme a mia madre. Ma la maggior parte delle persone che conosco, pur essendo nate in Italia, hanno dovuto aspettare i 18 anni e affrontare mille ostacoli”. Youssra è uno dei volti della campagna proprio per questo: “Tuas parla di chi ha due case e si sente straniero in entrambe. Non siamo né da una parte né dall’altra. Ma esistiamo”.

E ancora Alì, 22 anni, figlio di una famiglia marocchina in Italia da 35 anni. Nato in Italia, ha potuto diventare “ufficialmente” italiano solo al compimento dei 18 anni. Oggi studia, lavora e ha appena terminato il suo tirocinio al Cope. Ma racconta: “Ho spesso percepito una distanza sottile. Uno sguardo curioso, una domanda in più. Come se dovessi sempre giustificare la mia appartenenza”.

Poi ci sono storie di accoglienza vera, come quella di Flavia e Francela, due studentesse originarie del Madagascar, che si sono scontrate con la burocrazia italiana e hanno trovato sostegno concreto nella struttura della Locanda del Samaritano, dove vivono e partecipano attivamente alla vita comunitaria insieme ad altri italiani e stranieri.

E poi ci sono storie che raccontano il peso della fuga, della perdita ma anche della rinascita.

Challab, ad esempio, fuggito dall’Iraq nel 2012. “Facevo parte di un gruppo etnico di minoranza. Eravamo sempre minacciati di morte, dopo l’uccisione di mio fratello sono scappato”. Arrivato in Svezia, vi è rimasto per 12 anni. Ha lavorato e si era creato una sua stabilità nonostante la sua richiesta di protezione fosse sempre rigettata. Un giorno, il Paese che avrebbe dovuto aiutarlo lo ha espulso ed è arrivato nella nostra città. Challab però non è solo un rifugiato, è un uomo di 50 anni e questo complica il suo inserimento nel nostro mondo del lavoro.   

Poi c’è Aqeel, iracheno di 27 anni, fuggito dalla sua terra dopo aver ricevuto minacce di morte per non essersi adeguato ad usi e costumi tradizionali, ancora molto stringenti nella sua terra e quindi perseguitato da una milizia armata della sua città.

Queste storie non sono “eccezioni”. Sono parte integrante della nostra quotidianità, tessuti della nostra città, voci del nostro tempo. La campagna “A cu’ appatteni?” ha provato a ricordarcelo con delicatezza e forza. Non si appartiene a un Paese solo per diritto di nascita, ma anche – e soprattutto – per scelta, per partecipazione e per cura reciproca. Venerdì 18 luglio, presso la sede di via Crociferi della Cgil, si è tenuto l’evento conclusivo del progetto Tuas. Tutta la cittadinanza si è riunita per una serata di cultura e condivisione. Con una sfilata di abiti africani a cura di Fieri, esibizioni musicali della band italo-senegalese Gaalgui, artigianato etnico, cena sociale e altro ancora.

Perché raccontare è solo il primo passo.

Il secondo è riconoscere — e accettare — una realtà che è già nostra.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *