di Agatino Cariola

Papa Leone ha riconosciuto santi Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, i quali per la loro età si aggiungono a modelli di santità giovanile da tempo presenti nel culto cattolico: Domenico Savio, Maria Goretti, ma anche Luigi Gonzaga e tanti altri.

La celebrazione a piazza San Pietro ha messo in risalto in Frassati ed Acutis la gioia di vivere animata dalla fede. È stata una festa, specie a considerare il sorriso di Carlo e l’accettazione della sua malattia e della morte da parte dei genitori presenti ed inevitabilmente destinati a passare in secondo piano rispetto al figlio santo.

Ho letto in un libro di Messori che sostenere il dono di un miracolo ricevuto è spesso assai pesante per chi ne è beneficiato. Cosa ha fatto e come è vissuto Lazzaro dopo il ritorno alla vita? Il vangelo di Giovanni non ne parla ed è l’argomento che Saramago ha utilizzato nel suo Vangelo secondo Gesù, un libro che Papa Francesco ha implicitamente ricordato nel 2023 allorquando davanti il Presidente portoghese ha citato lo scrittore, quasi a dire che la cultura cattolica non ha paura del confronto con tutte le idee perché è suo compito animare le varie realtà umane e ricapitolarle in Cristo.

La santità è dono offerto a una intera comunità

Qui vorrei notare che la santità è una vocazione cui sono chiamati la famiglia, il gruppo di amici, persino i conoscenti di chi è dichiarato santo. Sì, quest’ultimo è il testimone di una vita conformata dalla fede, ma in realtà la santità è un dono offerto ad un’intera comunità – o almeno una possibilità.

Carlo Acutis, riconosciuto santo a pochi anni dalla morte, con la famiglia e gli amici pronti a raccontare del ragazzo, mostra proprio il carattere ordinario, ed al tempo stesso miracoloso, di una santità comunitaria e, persino sociale, dato che è destinata ad incidere sul mondo e sulla vita di tanti.

Se è così, la santità non è niente di eccezionale, ma si scioglie – per così dire – nella vita, nelle idee e nelle pratiche di ogni giorno, è per definizione la condizione umana. Ogni riflessione sulla santità conduce alla fine a confermare l’ambizione della Chiesa cattolica a farsi immagine dell’unità del genere umano ed a costituirsi quale strumento di una sua unione sempre più perfetta con Dio. Che, poi, sono le parole della Lumen Gentium; ma è la realtà che esprime la nozione di comunione dei santi, cioè dei fedeli, ricordata nella professione di fede.

La santità dei giovani pone un problema teologico grandissimo, anzi il problema teologico per eccellenza che è quello del dolore e della morte dell’innocente. Ognuno a suo modo, che sia colpito dalla malattia o dalla violenza, il giovane santo porta con sé l’ineludibile tema del dolore. La Chiesa cattolica rende gloria a questi giovani anche quando non li proclama formalmente martiri, ne esalta la fede e li propone quali esempi, addirittura in occasioni festose, ma alla fine non può fare a meno di ricordare l’esperienza di Isacco, senza che questa volta qualcuno provveda dall’esterno, anzi il sacrificio si consuma per intero.

Il mistero della santità dei giovani

La santità dei giovani richiama e fa tutt’uno con il problema del dolore e non lo sottovaluta, solo lo accetta quale mistero, che è il mistero della vita e dell’uomo prima ancora che della fede.

La Chiesa manifesta questo mistero, non vi può dare risposte, ma solo proporre esempi di persone che lo hanno accettato: di tanti Isacco che si sono lasciati legare sull’altare del sacrificio da un Padre che pure li ama. A guardarlo dalla parte del giovane figlio che accetta di farsi vittima, l’episodio del monte Moria si rinnova nella vita di tanti, se non di tutti, e richiede quantomeno la disponibilità al sacrificio, anche se non si perviene sempre a quell’esito.

Ed in questo campo d’esperienza non vi sono differenze di età. Soggiungono alla mente le parole di Qohelet, non quello del disperato pessimista cui lo si è ridotto in passato, ma – secondo la lettura non priva di componenti vitalistiche (Mazzinghi) – quello del sapiente che ha riflettuto sull’esperienza umana e che invita per questo a non perdere tempo ed occasioni, perché la vita non va sprecata nell’insignificanza. Ai giovani Qohelet ricorda di utilizzare il loro tempo ed applicare in maniera intensa le proprie risorse già “nei giorni della giovinezza”. Si è santi se si vive appieno e ciò riguarda tutti, giovani e vecchi, anche ad affrontare gli insuccessi ed il dolore, sempre accettando la sfida di vivere.

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