«Comprendere gli altri, ecco il compito che lo storico deve prefiggersi. Non è facile averne uno più difficile, è difficile averne uno più bello» (Kula, 1958)
Da Roma a Sarajevo si impiega un’ora e mezza di volo. Geograficamente, la Bosnia ed Erzegovina è il cuore dei Balcani e quindi d’Europa. Politicamente, resta invece ai margini: fuori dall’Unione Europea, lontana da Schengen, divisa al suo interno da equilibri etnici e istituzionali fragili. Visitare oggi la Bosnia significa confrontarsi con le contraddizioni di un Paese che vive ancora sotto il peso della guerra degli anni ’90 e, allo stesso tempo, con le debolezze del progetto europeo che aspira alla pace in un disegno politico compiuto.
È in questo contesto che si è svolto l’European Workshop on Dealing with the Violence-Burdened Past of Bosnia and Herzegovina, organizzato dalla Fondazione Maximilian Kolbe, con la partecipazione di persone provenienti dall’Italia alla Germania, dalla Spagna alla Polonia, Ucraina fino arrivare alla Serbia, per confrontarsi sui temi della memoria, del dialogo interreligioso e della riconciliazione.
Il memoriale del genocidio di Srebrenica
Il mio arrivo nella capitale bosniaca è coinciso con la giornata memoriale del genocidio di Srebrenica e passeggiando per le strade della città, una donna mi appuntò sul petto una spilla bianca e verde, simbolo della tragedia: un gesto silenzioso, gentile e potentissimo. Camminando per quelle strade ci si accorge subito di essere in un mosaico di convivenze: minareti, campanili e sinagoghe condividono lo stesso orizzonte urbano. Una ricchezza che divenne terreno di scontro, non arrivato dal nulla ma preparato da propaganda, silenzi e divisioni identitarie.
Il workshop non si presentava come una lezione di storia: era un invito a esporsi, ad aprire cuore e mente. “Non restate in superficie – ci hanno detto – perché in profondità le ferite sono ancora vive”. La Bosnia di oggi è un Paese dove la memoria non unisce, non esiste un racconto comune, ma identità frammentate che rischiano di perpetuare le divisioni del passato. Eppure, nelle testimonianze ascoltate durante il workshop, emergeva un tratto comune: la sofferenza di persone che ancora oggi portano il ricordo di quegli anni. Un professore raccontava l’inizio della guerra con parole crude: «A giugno il docente chiuse il libro e disse: ci vediamo l’anno prossimo… con quelli che sopravvivranno».
L’altra faccia della Bosnia
Ma il viaggio non si è fermato a Sarajevo ed è proseguito alla volta dell’entroterra, immersi nella meraviglia naturalistica bosniaca, rivelando un’altra faccia della Bosnia: piccoli paesi ridotti a poche decine di abitanti, dove il tempo sembra essersi fermato.
A Gradina Donja, al confine con la Croazia, abbiamo visitato i siti della persecuzione di ebrei e serbi durante la Seconda guerra mondiale. A Tomašica, vicino a Prijedor, ho ascoltato i racconti di donne che hanno perso figli e mariti nei massacri degli anni Novanta, trasformando la rabbia in resilienza. Ad Uzdol, villaggio croato cattolico, le immagini del massacro degli abitanti bruciati vivi nelle proprie case restano incise nella memoria. Pochi chilometri più avanti, a Hera, i sopravvissuti hanno raccontato atrocità inflitte ai bosgnacchi: tra queste, la storia di una bambina mai più ritrovata. Ogni comunità aveva la sua ferita, ogni bandiera – bosgnacca, serba, croata – sventolava su case diverse. Eppure la sofferenza era la stessa, condivisa. Nell’ultimo villaggio visitato, un sopravvissuto ci accoglie con la frase: «Non so come parlare ma so come piangere».
I luoghi del ricordo
Qui la memoria non è affidata a musei, ma a cimiteri privati, case trasformate in luoghi di ricordo, associazioni che provano a ricostruire ciò che accade. Ogni comunità piange i propri morti, ma a volte fatica a riconoscere quelli degli altri. E intanto i villaggi si spopolano, destinati a scomparire insieme alla memoria. Quelle comunità hanno visto bruciare case, uccidere animali, sterminare famiglie ma hanno custodito anche un’altra certezza: “Hanno portato via l’acqua e l’elettricità ma non sono riusciti a portare via la nostra cultura”.
Così il passato resta congelato, pronto a riemergere come frattura politica e sociale. Ma la Bosnia non interroga solo se stessa. Interroga anche l’Europa e la comunità internazionale.
Hasan Nuhanović, all’epoca traduttore per i peacekeeper, ha raccontato la propria vicenda: i genitori consegnati ai caschi blu olandesi e mai più ritrovati. Un dolore personale che diventa accusa politica. L’ONU, presente durante l’assedio di Sarajevo, non sempre riuscì a impedire che migliaia di civili morissero di bombe o di fame.
Il punto nevralgico resta la giustizia. L’esperienza dei tribunali internazionali ha dimostrato come la sfera del diritto non possa mai essere separata da quella della politica: l’accertamento delle responsabilità si infrange spesso contro gli interessi degli Stati e gli equilibri geopolitici. Ne deriva una tensione irrisolta: quale significato reale può assumere la responsabilità internazionale quando il sistema stesso è condizionato dai rapporti di forza? E soprattutto, quale giustizia è possibile dopo un genocidio, laddove nessun dispositivo giuridico può colmare il vuoto lasciato dalla violenza di massa, quando nessuna sentenza può restituire ciò che è stato perduto.
Come impedire una nuova eclissi del cuore e della mente
Porto con me il privilegio di aver incontrato persone che, nonostante il dolore, hanno avuto la forza di testimoniare con la dignità di chi vuole costruire un futuro diverso. Comprendo ancor di più che il dialogo non è solo parlare: è saper ascoltare, anche quando fa male, anche quando mette in discussione le nostre certezze. Ripenso a una frase che ha accompagnato l’ascolto di quei giorni: “Sembrò come un’ eclissi del cuore e della mente”. La nostra sfida, come giovani europei, è impedire che quell’eclissi torni a oscurare l’umanità.
La memoria primo mattone della pace
Allo stesso modo, la pace non è mai un bene acquisito. Richiede un impegno quotidiano, politico, sociale e culturale. In un’ Europa scossa da nuovi conflitti – dall’Ucraina al Medio Oriente, fino al Caucaso – i Balcani offrono una lezione attuale: senza riconoscimento delle responsabilità e senza volontà di ascoltare il dolore dell’altro non è possibile la riconciliazione che non può prescindere dal riconoscimento della violenza subita e delle ferite che continuano a influenzare il presente. Alcune di esse sono destinate a rimanere aperte, ma il punto non è la loro completa cicatrizzazione: è la capacità di accettarne l’esistenza e di costruire comunque relazioni fondate sulla dignità reciproca. È in questo spazio, difficile ma concreto, che prende forma la riconciliazione.
Quei luoghi ci ricordano che la pace non è un traguardo ma un processo fragile, soprattutto quando non è accompagnata da una memoria condivisa e da istituzioni solide, che vive di responsabilità. Per l’Europa di oggi, la vera sfida è anche questa: non dimenticare che la memoria è il primo mattone della pace, e che il futuro si costruisce solo accettando la complessità del passato. La Bosnia lo ricorda con forza: non basta scrivere i libri di storia e ridefinire i confini geografici per lasciarsi il passato alle spalle.
