Le virtù non sono concetti astratti. Sono corpi che respirano, figure che avanzano, che resistono, che amano. Così le immagina e le dipinge Giorgio Rizzo nella sua nuova personale “Di necessità virtù”, che sarà ospitata al Museo Diocesano dal 4 al 25 ottobre. Un percorso simbolico ed emozionale che si muove tra le quattro virtù cardinali – Prudenza, Fortezza, Temperanza, Giustizia – e le tre teologali – Fede, Speranza e Carità. Sette tele come sette soglie da attraversare, varchi che costringono lo sguardo a un’introspezione, a una riflessione sulla sostanza stessa dell’animo umano. Rizzo, simbolista contemporaneo, non dipinge per decorare. «Dipingo la mia verità, per condividerla con chi ha occhi per guardare e cuore per sentire», afferma. E in questa verità non c’è spazio per l’astratto: ogni virtù si fa presenza tangibile, gesto, atmosfera. Lo spettatore non osserva, ma viene interrogato, quasi costretto a partecipare al dialogo silenzioso che la tela innesca.

Un linguaggio tra novità di forme e di materia

La forza di questo linguaggio non risiede soltanto nelle forme, ma nella materia stessa. Rizzo costruisce i suoi colori con cenere dell’Etna, terre di Sicilia, ruggine, madreperla e conchiglie, in una combinazione che trasforma la superficie pittorica in carne viva. L’opera respira e vibra, racconta il peso e la luce del mondo. È pittura che tocca i sensi, che diventa esperienza fisica oltre che visiva. Accanto alle sette tele dedicate alle virtù, il percorso si amplia con il ciclo Paradiso Svelato. In totale sono diciassette i dipinti esposti, numero che richiama il giorno del Diluvio universale narrato nella Genesi. Non una coincidenza, ma un segno deliberato: l’acqua che purifica e rinnova diventa metafora del viaggio interiore, lo stesso che Dante compie dal buio dell’inferno alla luce del paradiso. Così anche lo spettatore è chiamato a confrontarsi con la propria oscurità per rinascere alla luce. La mostra diventa allora un tempio interiore. Le virtù cardinali si ergono come mura solide che reggono la casa della vita, le teologali come tetto che la innalza verso l’amore. Su questa architettura simbolica si innesta il viaggio verso l’alto, come una scala che conduce al cielo di Saturno. L’universo di Giorgio Rizzo si nutre di esperienze poliedriche.

Un racconto universale

Nato a Catania nel 1971, formatosi all’Istituto d’Arte della sua città, è stato il più giovane art director d’Italia nel settore moda. La sua ricerca lo ha condotto anche alla musica e alla danza, collaborando con Pina Bausch e i Momix. Parallelamente ha sviluppato una pittura in cui il corpo femminile è simbolo di forza e spiritualità, cardine attorno a cui ruotano miti, emozioni e allegorie. Le sue opere hanno attraversato confini geografici e linguistici: dal Senato della Repubblica a Roma al Senatsclub di Bonn, fino a Praga, tra mostre e performance che intrecciano parola, musica e colore. Con “Di necessità virtù” Rizzo conferma la sua capacità di trasformare segno e materia in racconto universale. Ogni quadro è soglia e specchio, invito a guardare oltre il visibile. Un cammino che dal museo si estende dentro lo spettatore, restituendogli la sensazione che la pittura, ancora oggi, possa essere rivelazione e destino.

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