di Carlo Anastasio
Non si possono sommare pere e patate, ci hanno insegnato alle elementari. Non si può ottenere una cosa unica sommando cose sostanzialmente differenti. Invece è proprio questo che si fa, da quando esiste, con la democrazia liberale, si tengono assieme cioè in un unico sistema le sue due, diversissime, componenti fondamentali: la volontà della maggioranza e la libertà dell’individuo, di ciascun individuo. Sono componenti del tutto differenti nella sostanza, a volte conflittuali o antitetiche, a volte concordi, a volte separate in casa, a volte alleate in opere positive oppure complici di scelleratezze. La volontà della maggioranza è quantità. La libertà dell’individuo è qualità. Pere e patate, in fondo, si somigliano di più.
E inoltre sono due componenti, ognuna per sé, problematiche.
Lasciata a se stessa, la volontà della maggioranza – come il sonno della ragione per Goya – può generare mostri. Bene che vada, non è affatto detto che la maggioranza abbia ragione (basta qualche riunione di condominio per verificarlo). Male che vada, la maggioranza può dare il potere – come ha già fatto – a un Mussolini o a un Hitler. Non è il numero più grande a garantire il meglio. Anzi, con certe condizioni storiche, sociali, culturali, o religiose, il numero più grande è dalla parte del peggio. Forse, se domani si votasse liberamente in Afghanistan o Iran, le maggioranze di quei Paesi si schiererebbero con i talebani e con gli ayatollah, così che resterebbero ferocemente soffocate basilari libertà individuali, in particolare le libertà delle donne; e forse in Russia Putin sarebbe plebiscitato alle urne, nonostante faccia strame, tra l’altro, della libertà dei dissidenti, che come Navalny magari finiscono per morire – chissà se per veleno del Cremlino – dentro un carcere siberiano. La semplice democrazia, in sé, non è bella e buona. E che il metodo democratico non sempre e dappertutto sia il migliore l’ha da poco sottolineato papale papale – è il caso di dirlo – pure papa Leone.
Anche la libertà dell’individuo, che generalmente si declina sotto forma di diritti, può essere madre di obbrobri, se lasciata a se stessa. Il principio base è che la mia libertà finisce dove comincia la libertà degli altri. Ma dov’è il confine? Per esempio, in nome della libertà di imprenditoria e di proprietà, alcune persone intelligenti o geniali, e/o astute o solo fortunate, tuttavia non per questo umanamente più meritevoli di chiunque altro, accumulano ricchezze stratosferiche, talora paragonabili alle risorse di interi stati, e di contro – anche intorno a loro, nel loro stesso paese – altre persone che forse non hanno le medesime doti innate e/o non hanno uguali opportunità, o uguale fortuna, soffrono ristrettezze pur sfiancandosi di lavoro. C’è da chiedersi: dove va messo il limite tra la libertà individuale di arricchirsi e la libertà individuale di campare dignitosamente? Anche qui riecheggiano parole di papa Leone, che ha condannato le disparità economiche spropositate facendo il nome dell’immensamente ricco Musk (di sicuro con cristiana benevolenza eppure, diremmo, senza molta simpatia).
E dunque nessuna delle due componenti della democrazia liberale – volontà della maggioranza e libertà dell’individuo – è un valore assoluto. Né, lasciato a se stesso, lo è il loro insieme, la loro somma, che diventa un valore solo quando se ne fa buon uso. È come per il coltello o l’energia atomica: che siano strumenti buoni o cattivi dipende dal modo in cui si utilizzano. Infatti della democrazia liberale esistono aberrazioni, come la pena di morte in numerosi democraticissimi stati degli Usa: la volontà della maggioranza di sentirsi libera dall’incubo del crimine si realizza togliendo ad alcuni individui la libertà più radicale, la libertà di vivere, il diritto alla vita. E, in tema di contrasti di libertà o diritti, esistono in molte società avanzate questioni profondamente controverse, per esempio l’aborto.
Volontà della maggioranza e libertà degli individui
Ma, se la democrazia liberale può anche essere uno strumento pericoloso o persino un’arma letale, i sistemi di potere autoritari e illiberali possono anche avere alcuni effetti positivi, possono produrre progressi economici e sociali, come è evidente nel caso della Cina, però sono soffocanti o a tratti spietatamente repressivi, specie per chi sogna o cerca la totale libertà di opporsi. E le tirannie galleggiano sugli orrori, fino a che non affondano sotto il peso dei loro stessi misfatti. Quando invece la democrazia liberale funziona correttamente, non c’è gara con gli altri sistemi: senza la cappa delle imposizioni dall’alto, senza la repressione minacciata o messa in atto, con una partecipazione ampia e attenta dei cittadini, i diritti avanzano, la società respira, il benessere condiviso aumenta. Così è avvenuto per l’intero Occidente nella storia recente. Quando volontà della maggioranza e libertà degli individui si sostengono a vicenda in una sintonia virtuosa, il risultato va ben al di sopra del citatissimo paradosso di Churchill, secondo cui la democrazia è il peggiore dei regimi possibili eccettuati tutti gli altri sperimentati finora.
La manutenzione della democrazia
Però la democrazia liberale è faticosa, è complessa. Perché rimanga lucida e vitale bisogna discuterne e discuterla perennemente, non darla mai per scontata, fare continuamente manutenzione, sopportare le sue lentezze e incertezze, risolvere i conflitti con ingegno, rispetto e pazienza, evitare che i contrasti sfocino in scontri. La democrazia liberale pretende impegno da tutti i cittadini, nessuno escluso, e in certi momenti o periodi può essere deludente, o snervante; per questo nelle fasi di crisi c’è chi preferisce la scorciatoia: dare al capetto di turno la delega in bianco per risolvere le difficoltà. Per questo in diversi paesi dell’Occidente ultimamente montano i consensi per leader e partiti estremisti, intolleranti, razzisti verso il «diverso», o animati da fanatismo pseudoreligioso. Per questo guadagnano popolarità perniciosi fanfaroni che rispolverano liturgie delle dittature del secolo scorso. Per questo càpita che mezze tacche arrivino a posizioni di potere, e non si vergognino di chiedere pieni poteri. Non solo: in un tempo presente che sembra avere completamente dimenticato l’inferno in terra dell’ultima guerra mondiale, le democrazie liberali, oltre che insidiate dall’interno, sono come baluardi al centro di un incendio, circondate e messe a rischio da autocrazie bellicose e regimi aggressivi.
Sarebbe facile lasciarsi andare per spossatezza o per esasperazione, e si sta diffondendo la tentazione di rinunciare a qualche libertà-diritto, a qualche pezzo di democrazia, purché sia qualcun altro a occuparsi dei problemi, purché non tocchi a noi scegliere il tragitto, e nessuno disturbi il manovratore. Ma sarebbe niente di meno che rinunciare a noi stessi, perché siamo noi la sostanza della democrazia liberale.
Il fatto è che siamo noi, ciascuno di noi, quelle pere e patate delle elementari, ciascuno di noi è la somma delle opportunità e delle contraddizioni della democrazia liberale. Soltanto nella democrazia liberale, e in nessun altro regime, ciascuno di noi ha la possibilità di decidere le regole della vita collettiva, grazie al voto, e ha la possibilità, grazie alla libertà, di tutelare la propria individuale libertà; e ha anche la libertà di fare scelte sbagliate. Possiamo rinunciare alla democrazia liberale, certo, ma a patto di ripudiare noi stessi.