«La narrativa riguarda tutto ciò che è umano, e noi siamo fatti di polvere. Dunque, se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentare di scrivere narrativa». Parole di Flannery O’Connor che risuonano ancora oggi, mettendo in guardia dalle scorciatoie facili, da intelligenze artificiali che promettono risposte senza curarsi delle ferite. Parole che restituiscono allo scrivere il suo senso profondo: abitare il reale e l’umano, fatti di carne e limite, per scoprirne il mistero.
Nel centenario della nascita della scrittrice statunitense, il Centro Culturale di Catania ha organizzato, venerdì 26 settembre, presso l’Auditorium del Collegio Camplus D’Aragona, un incontro che è stato molto più di una celebrazione. Perché esistono autori che non si leggono soltanto, ma si attraversano. Come una notte. Flannery O’Connor è una di questi. A dialogare su di lei, il poeta e scrittore Alessandro Rivali, direttore di Ares Edizioni, e la prof. Fernanda Rossini, traduttrice e biografa, autrice della prima biografia italiana della scrittrice, Flannery O’Connor. Vita, opere, incontri (Ed. Ares). A dare voce a Flannery, attraverso letture tratte dai racconti, dalle lettere e dai saggi, l’appassionata lettrice prof. Chiara Grosso.
La O’Connor interroga, ferisce, non consola
L’incontro è stato un viaggio, un continuo lasciarsi inquietare. Perché Flannery non consola. Interroga. Ferisce. E, a tratti, dalle tenebre del suo narrare illumina. Non è un caso che la sua scrittura abbia lasciato il segno — spesso destando scandalo — nella storia della letteratura, influenzando artisti come Raymond Carver, Bruce Springsteen, Nick Cave, il cinema di John Huston e Quentin Tarantino, fino al maestro Cormac McCarthy.
Un lampo nel buio
Leggere le sue opere è un invito a non voltare lo sguardo. A cercare, anche nel buio, un lampo. Nei suoi racconti – popolati da falliti, balordi, violenti – proprio nel deserto dell’esperienza del male accade qualcosa: Dio, Mistero incarnato, offre a ciascunola Sua Grazia redentrice. Così, in tempi di guerra e violenza, l’opera di Flannery ci chiede di non fuggire. Di restare interamente umani, senza censurare nulla di ciò che siamo. Compreso quel desiderio d’infinito che abita l’abisso del cuore.
Puntuale, la professoressa Rossini afferma: «Flannery osserva con attenzione la terra e il suo modo di cogliervi il senso profondo della vita e degli eventi, individuando in ogni risvolto della vita il mistero dell’esistere e del morire». La sua narrativa continua a svelare all’uomo il senso ultimo della vita. Scrittura che vive di una domanda costante che brucia. Un’esplorazione senza sconti, senza censure, come ricorda Rivali: un inoltrarsi dentro “l’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo”.Un focus su quei punti in cui, come scrive Flannery, «Dio si manifesta, dove lo trovi di sicuro proprio quando ne avresti fatto a meno volentieri. Io li chiamo miracoli. Quando, cioè, dalla tua vita, organizzata come un’apologia di te, ti risvegli al timore».
Senso del mistero e realtà
L’esperienza dello scrivere nasce, per lei, da una coscienza certa: «Se mai dovessi diventare una brava scrittrice, non sarà perché sono una scrittrice brava, ma perché Dio mi ha concesso alcune di quelle cose che bontà sua aveva già scritto per me». La scoperta di un dono che fa della sua arte la risposta a una vocazione, un compito ben preciso, come scrisse nel saggio Natura e scopo della narrativa: «La mente che sa capire la buona narrativa non è di necessità quella istruita, ma la mente sempre disposta ad approfondire il proprio senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà attraverso il contatto del mistero». Una visione che richiama il ruolo della letteratura descritto da Papa Francesco: «La letteratura […] scaturisce dalla persona in ciò che questa ha di più irriducibile, nel suo mistero […]. È la vita che prende coscienza di sé stessa quando raggiunge la pienezza di espressione, facendo appello a tutte le risorse del linguaggio». E Flannery, tra polvere e grazia, continua a inquietarci. A raccontarci il Mistero che siamo.