di Carlo Anastasio

Se io fossi Hamas, non avrei cercato di infiltrare la Global Sumud Flotilla, la flottiglia per Gaza? E se io fossi Israele, non avrei cercato di infiltrarla? Lo avrei fatto eccome, in entrambi i casi, e sicuramente può esserci qualche quinta colonna, qualche sabotatore, tra i coraggiosi che sfidano il blocco navale davanti alla straziata Striscia dei palestinesi. Ma, fatta la tara dei probabili mestatori infiltrati, e delle sicure strumentalizzazioni, rimane netta l’impresa di un numeroso e variegato gruppo di persone di buona volontà che provano a fare qualcosa dal basso per un popolo alla mercé delle belve della guerra, un popolo stritolato nella morsa della ferocia di Hamas, che lo taglieggia e lo usa come scudo umano, e del ferro e fuoco di Israele, che ne fa massacro come danno collaterale o, peggio, come ricatto di sangue perché si rivolti contro i terroristi.

Hanno fatto un deserto e lo chiamano pace

La Flotilla porta aiuti umanitari verso Gaza, di difficilissima o impossibile consegna, ma soprattutto, innanzitutto, porta una domanda al vertice dei paesi sedicenti civili, che poco o nulla hanno fatto per ascoltare il grido sempre più flebile di quel popolo, sempre più privato della voce. I governi della nostra parte di mondo assistono da spettatori allo scempio di donne, bambini, uomini, vecchi palestinesi, oppure preparano e cercano di implementare iniziative dall’alto, tra risistemazioni da Las Vegas del Medio Oriente e piani di pace che richiamano Tacito: hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace.

Certo, è benvenuta qualunque iniziativa internazionale faccia deporre le armi, eventualmente anche la pax americana escogitata dai consiglieri di Trump, e da lui declamata – senza capire il senso funereo – come «pace eterna». Si tratterebbe però in ogni caso di una decisione, l’ennesima decisione in almeno un’ottantina d’anni, dalla nascita dello stato di Israele, calata sulle teste del popolo della Palestina.

La Flotilla invece, magari in maniera velleitaria, si è data la missione di entrare direttamente in contatto con le donne, i bambini, gli uomini, i vecchi palestinesi, e di ascoltarli. E si è presa il carico della domanda che molti, tra i comuni cittadini, si fanno e fanno ai propri governanti: cosa possiamo fare noi per sentire le ragioni degli innocenti, e fermare la strage?

La risposta materiale della Flotilla, portare aiuti nonostante la minaccia militare di Israele, può essere temeraria, e risultare – concretamente – sbagliata. Ma la domanda è giusta.

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