60 anni fa, 8 Dicembre 1965, Paolo VI concludeva il Concilio Ecumenico Vaticano II, che era stato aperto l’11 ottobre 1962 da Giovanni XXIII, eletto papa nell’ottobre 1958, anziano, e da alcuni all’inizio considerato un pontefice di transizione. Invece, Papa Roncalli, il 25 gennaio 1959, nella Basilica di S. Paolo fuori le mura, spiazzò tutti i cardinali presenti (erano 17), sconvolse la Curia romana, e stupì il mondo intero, annunciando a sorpresa, la sua decisione di convocare un Concilio ecumenico. Egli regalò al mondo un grande sogno: quello di una Chiesa che ritornava alle sue sorgenti evangeliche, che si riscopriva “popolo di Dio”, convocato dalla Spirito Santo, una Chiesa povera e dei poveri. Una Chiesa, perciò, libera da privilegi, senza agganci con il potere politico, capace di dialogare con il mondo moderno, senza condannarlo, ma usando la medicina della misericordia. Ecco “il balzo in avanti” della Chiesa, nonostante le resistenze di coloro che lo stesso Pontefice definì “profeti di sventura”, che nei tempi moderni vedono “prevaricazione e rovina”, e che non hanno compreso che la storia è “maestra di vita”.
Il grande dono (dimenticato) del Concilio
Certamente tutti (o quasi) oggi sanno che nel secolo scorso c’è stato un Concilio. Molti ricordano, forse, che sono trascorsi già 60 anni dalla sua conclusione. Ma quanti tra preti, religiosi e laici (anche impegnati), pur conoscendone i documenti cercano di realizzarne lo spirito, ne seguono gli insegnamenti, percorrendo quei cammini di rinnovamento evangelico tracciati, che tanto entusiasmo suscitarono nella Chiesa degli anni ’60, insieme a tante aspettative, come ben ricordiamo coloro che in quel periodo eravamo giovani seminaristi? Non si tratta di una domanda retorica. Infatti, già Giovanni Paolo II, aveva sollevato dei dubbi sulla recezione del Vaticano II, in due diversi documenti, a distanza di qualche anno: Tertio Millennio adveniente (1994) e Novo Millennio ineunte (2001). Il Pontefice, pertanto, riteneva necessario e sollecitava “un serio esame di coscienza” per verificare la “ricezione del Concilio, questo grande dono dello Spirito alla Chiesa sul finire del secondo millennio”. Ecco le domande, a confronto con alcuni documenti conciliari: “in che misura la Parola di Dio è divenuta più pienamente anima della teologia e ispiratrice di tutta l’esistenza cristiana? È vissuta la liturgia come fonte e culmine della vita ecclesiale? Si consolida, nella Chiesa universale e in quelle particolari, l’ecclesiologia di comunione dando spazio ai carismi, ai ministeri, alle varie forme di partecipazione del Popolo di Dio, pur senza indulgere a un democraticismo e a un sociologismo che non rispecchiano la visione cattolica della Chiesa e l’autentico spirito del Vaticano II?
Una bussola per orientarsi
Una domanda vitale deve riguardare anche lo stile dei rapporti tra Chiesa e mondo […]” (TMA n 36). E Giovanni Paolo II, alcuni anni dopo, ricordava la proposta fatta, chiedendo, lapidariamente: questo esame di coscienza “è stato fatto?”. E coglieva, inoltre, l’occasione per ribadire la ricchezza scaturita dagli orientamenti del Concilio Vaticano II che, nonostante il passare degli anni, “non perdono il loro valore né il loro smalto”. Di conseguenza, affermava: “È necessario che i testi conciliari vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati, come testi qualificati e normativi del Magistero, all’interno della Tradizione della Chiesa”. In conclusione, Giovanni Paolo II sente, come Pastore, non solo “il dovere di additare il Concilio come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX”, ma anche di presentarlo alla Chiesa come “una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre” (NMI n 57). Dieci anni dopo, nel 2015, il Card. W. Kasper rilanciava la questione, denunciando: «La ricezione del Concilio Vaticano II, anche cinquant’anni dopo la sua conclusione, non è ancora giunta alla fine». Osservazione questa, condivisa anche da molti altri, e che desta qualche preoccupazione nella comunità cristiana. Preoccupazione che diventa più intensa di fronte alla constatazione del rigetto del Vaticano II da parte di certe frange di cattolici cosiddetti tradizionalisti ovvero conservatori.
Di fronte alle citate chiare indicazioni di Giovanni Paolo II e poi di papa Francesco sulla necessità dell’assimilazione dello spirito del Concilio, le comunità ecclesiali possono far finta di niente e tralasciare un serio discernimento per verificare l’incidenza del Vaticano II nella vita quotidiana del loro cammino di fede? Il Vaticano II può essere relegato nei libri di Storia?
Quando sessanta anni fa si conclusero i lavori del Concilio Vaticano II, paradossalmente, le maggiori perplessità si manifestarono all’ interno della Chiesa. Noi laici eravamo totalmente convinti della bontà della profonda riforma, tranne qualche eccezione. Ma, nel mondo ecclesiastico, i ” tradizionalisti ” erano ancora tanti, come accenna Piero Sapienza e non sempre accettarono di buon grado le ” novità “. L’ intuizione di papa Giovanni, sicuramente aiutato dallo Spirito Santo, fu straordinaria e, forse, ancora non abbiamo la totale consapevolezza della grande ” rivoluzione pacifica ” di Angelo Roncalli. Una nuova visione della Chiesa si imponeva e chi meglio di un ” parroco ” della provincia lombarda poteva portarla avanti. Tuttavia, non va messo in dubbio lo spessore intellettuale di Giovanni XXIII né la sua grande spiritualità. Bisogna dire, però, che un contributo fondamentale fu dato da papa Paolo VI, che portò a termine i lavori. Oggi c’è ancora qualche ” resistenza “, unita al tentativo di ripristinare aspetti del passato, ma abbiamo avuto la fortuna di avere dei grandi papi, che hanno saputo, pur nella loro diversità, guidare la Chiesa. Ottimo l’ impegno di Sapienza di riportare l’ attenzione sul Concilio.