Con questo articolo “Prospettive” avvia un dibattito sulla Lettera pastorale 2025-2026 dell’arcivescovo Luigi Renna
(foto: Condorelli)
Alcune interpretazioni distorte della recente Lettera pastorale dell’arcivescovo Luigi Renna su sant’Agata, nel IX centenario della traslazione delle reliquie, ci inducono ad avviare attraverso Prospettive un dibattito e un approfondimento su questo prezioso testo. Il mondo borghese e quello laico-progressista hanno sempre osservato la festa di sant’Agata con diffidenza, invocandone una giusta purificazione, ma (forse solo) per giustificare una netta separazione fra fede e vita reale. La fede, secondo questa interpretazione, è un fatto privato: è all’interno della propria coscienza che ciascuno gioca il rapporto privato con Dio. Altra cosa sarebbe la vita, dove appunto vigono criteri di giudizio più pragmatici. Un grande intellettuale tedesco, Bernard Groethuysen, scriveva che il «borghese istruito che, a primo impatto, sembra rimproveri agli umili di far cattivo uso della fede, in fondo rimprovera loro di farne uso».
I devoti di Agata in quest’ottica andrebbero messi all’angolo, mentre invece la Lettera pastorale suggerisce che vadano seguiti con cura e evangelizzati. Nella Catania dei nostri giorni si dice giustamente – come peraltro sottolinea l’arcivescovo nella Lettera pastorale – che la festa della Patrona non può convivere con la malavita organizzata o, peggio, con la mafia. Giustissimo. Ma quale sarebbe il metodo per arrivare a questo obiettivo? Che il devoto, prima di fare una pratica di devozione o di religiosità popolare (come indossare il “sacco”) faccia una dichiarazione pubblica di non appartenere alla mafia? Eppure proprio a livello di metodo, sant’Agata ci testimonia un’altra via.
La giovane martire è riuscita a respingere tutte le seduzioni del potere e a resistere alle lusinghe e alla violenza del mondo (noi oggi potremmo dire alla mafia) unicamente grazie al suo amore a Gesù. Pertanto l’invito dell’arcivescovo ai fedeli e ai devoti non è moralistico, ma piuttosto riguarda l’educazione alla fede di tutti i catanesi che desiderano imitare nel quotidiano la santità di Agata. In questo senso, l’arcivescovo scrive: «Il sacco ritorni ad essere il segno che nella vita di tutti i giorni viviamo secondo le virtù cristiane, che sono come un abito, come una seconda pelle nella quale ci troviamo a nostro agio perché camminiamo sui passi di sant’Agata». Ed è proprio questo il cuore della Lettera pastorale da cui dobbiamo partire se vogliamo veramente evangelizzare e purificare la festa.