di Marco Oddo
La voce si incrina quando il cuore è pieno. A Gabriella Grasso, di Missio Giovani, è successo mentre raccontava della sua recente missione in Tanzania. Di una ragazza che, dopo un mese vissuto insieme, l’ha guardata e le ha detto: «Non hai più gli stessi occhi». Su questa scintilla si è accesa, Venerdì 10 Ottobre 2025, la Veglia Missionaria Diocesana nella Parrocchia San Marco Evangelista di Tremestieri Etneo. Un incontro per riflettere sul tema scelto dal Papa per la Giornata Missionaria Mondiale 2025: “Missionari di Speranza tra le genti”.
La missione che va, la missione che arriva
Cosa significa, oggi, essere missionari? La risposta è arrivata da due storie che si specchiavano l’una nell’altra.
Quella di Gabriella è la missione che va. Ha raccontato di un villaggio che sorge sulla spazzatura e di una bambina che da lì le corre incontro per gridarle «I love you», senza aver ricevuto nulla in cambio. Ha descritto la sensazione di essere una “forestiera”, eppure di essere stata accolta come «ospite sacro», perché lì l’ospite è un dono.
A pochi metri, il sorriso di Padre Jean Kambou, originario della Costa d’Avorio e oggi Vicario Parrocchiale proprio a San Marco. La sua è la missione che arriva. La sua presenza è la prova che la Chiesa è diventata una casa con le porte girevoli, dove chi un tempo riceveva, oggi dona. «La missione è uno scambio di doni», sembrava dire con la sua stessa vita, mostrando che le “genti” sono ormai parte integrante delle nostre comunità.
Diventare “nido” per gli altri
A dare un senso teologico a queste vite è stata l’omelia dell’Arcivescovo Mons. Luigi Renna. Ha ripreso le parole di Papa Francesco, che nel suo messaggio definisce i missionari «gente di primavera». «Siamo noi», ha spiegato, «chiamati a portare la rinascita dove sembra esserci solo l’inverno della sofferenza o della rassegnazione». Ha poi legato questa immagine alla parabola del granello di senape. «La speranza non è un’ideologia», ha detto, «cresce solo attraverso la condivisione delle condizioni di vita». Quel seme diventa un albero così grande che «gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». «Ecco la nostra vocazione», ha concluso l’Arcivescovo. «Essere missionari non è imporre, ma diventare “nido”: creare spazi di accoglienza e dignità. Diventare rami robusti su cui gli altri possano riposare».
Uscendo, la domanda di quella ragazza tanzaniana diventava una domanda per tutti. Dopo aver ascoltato queste storie, riusciamo ancora ad avere gli stessi occhi di prima?
L’invito a riflettere prosegue: la prossima Veglia si terrà Venerdì 17 Ottobre presso la Chiesa Madre di Biancavilla, per continuare a tessere insieme questa rete di speranza.
