di Carlo Anastasio
Se la felicità è – come si dice – la cessazione del dolore, allora si capisce meglio l’esultanza in piazza di palestinesi e israeliani all’annuncio dell’accordo di pace. Ma è un’esultanza su troppe lacrime e sangue, e il dolore non è un libro che si chiude e si ripone e si dimentica.
Più di mille famiglie israeliane sono state orrendamente mutilate nel pogrom scatenato da Hamas il 7 ottobre di due anni fa, e centinaia hanno poi vissuto giorno dopo giorno, notte dopo notte, l’angoscia e la tragedia degli ostaggi. Decine di migliaia di famiglie palestinesi sono state anch’esse orrendamente mutilate dagli attacchi senza quartiere di Tsahal (o Idf), la macchina da guerra di Israele, e tutte le altre hanno vissuto per questi due anni lo strazio di una punizione di massa. Che adesso uno spirito di vendetta covi sotto la gioia è purtroppo cosa ovvia: chi ha avuto un parente o, peggio, un figlio ammazzato, difficilmente trova pace nella pace.
L’incognita Iran
E su un piano diverso, il piano del potere e della forza, un’altra incognita incombe sul prossimo futuro. Ai tavoli delle trattative di pace, fortemente sostenute dai paesi dell’Islam sunnita, l’Iran, indebolito campione dell’Islam sciita, è stato allo stesso tempo il convitato di pietra e il grande assente: la minaccia silente e insieme il vuoto di influenza. Fiaccato e umiliato dalla decimazione dei vertici di Hamas nella Striscia di Gaza e di Hezbollah in Libano, le fazioni che foraggia e condiziona, dagli attacchi di Israele e Usa agli Houti, sua longa manus nello Yemen, e dallo schiaffo militare del bombardamento israeliano-statunitense sui suoi siti nucleari, l’Iran al momento sembra essersi rassegnato a un nuovo assetto del Medio Oriente che lo lascia al margine dei giochi, e forse anzi ha dato il suo sotterraneo assenso ad Hamas per la firma della pace, ma se e quando si sarà rimesso in vigore non cercherà di colpire ancora il nemico storico Israele e di destabilizzare la regione a proprio vantaggio?
L’Iran inoltre è legato a doppio filo con la Russia, di cui rifornisce gli arsenali per la guerra contro l’Ucraina, e ha un rapporto economico e politico sempre più saldo con la Cina, che si sta applicando a ridisegnare le aree d’influenza internazionali contrastando le mire voraci di Trump. Sia la Russia sia la Cina, alleate tra loro e socie in affari, hanno dato formalmente il beneplacito al successo degli Stati Uniti, e soprattutto proprio di Trump, per l’accordo di pace in Medio Oriente, ma è pura fantasia immaginare che vorranno un contraccambio, magari a spese proprio dell’Ucraina per Mosca o – chissà – dell’indipendenza di Taiwan per Pechino, e che all’occorrenza sobilleranno l’Iran per fare pressione?
Una possibile convivenza
Cinismo e spietatezza della geopolitica potrebbero perciò sabotare dall’alto la pace tra palestinesi e israeliani, così come potrebbe avvelenarla dal basso lo spirito di vendetta radicato nel dolore. E per contrastare la possibile deriva negativa occorre quanto meno una potente spinta positiva, che dia ai due popoli fiducia nella necessità, nonostante tutto, della convivenza nella pace. Bisogna dare al popolo israeliano una certezza e al popolo palestinese una speranza. Al popolo israeliano la certezza che non sia mai più in pericolo l’esistenza sua e del suo stato. Al popolo palestinese la speranza del riconoscimento pieno della sua identità e finalmente di una patria.
L’ideale, o l’utopia, sarebbe una sola area pacifica e disarmata, senza distinzioni di etnia o religione e senza confini, e con l’esercizio del perdono per chiudere davvero i conti della vendetta. Però nelle terre bibliche, e dappertutto altrove, siamo tutti popoli di dura cervice.
Foto SIR