Un confronto tra magistrati, operatori pastorali e società civile per promuovere una cultura della giustizia riparativa e del reinserimento.

Una giustizia che non si limita a punire, ma che ripara e ricostruisce: è la prospettiva che ha animato il convegno “Riparare e ricostruire – Esperienze ed idee dentro e fuori dal carcere”, svoltosi l’11 ottobre nell’Aula delle Adunanze del Tribunale di Catania e promosso dall’Arcidiocesi di Catania – attraverso gli Uffici di Pastorale Carceraria, Pastorale Sociale e del Lavoro, Caritas diocesana e attraverso gli Uffici di Pastorale Carceraria, e l’Istituto di formazione sociale e Politico Sant’Agata per Catania – in collaborazione con il Tribunale di Sorveglianza e l’Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna.

Dopo i saluti istituzionali del Procuratore Generale Carmelo Zuccaro e dell’avv. Ignazio Danzuso, in rappresentanza del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, è intervenuto l’arcivescovo mons. Luigi Renna, che ha sottolineato la portata simbolica e pastorale di un confronto così schietto proprio nel palazzo di giustizia: «Il valore di questo convegno è dato anche dal tempo in cui si genera. Durante l’Anno Giubilare sono stati raccolti fondi per il progetto Senza catene, e questo incontro diventa un segno concreto del Giubileo che si compie anche qui, attraverso il dialogo su un tema decisivo. È un percorso che richiede testimonianza, carità e prossimità, ma anche una grande coscienza civica. Non può bastare ciò che facciamo se non diventa una testimonianza condivisa con lo Stato, con la magistratura e con le istituzioni, perché la persona detenuta sia soggetto del proprio cambiamento e non soltanto chi sconta una pena».

Cinque testimonianze di vite ricostruite

Il cuore della mattinata si è aperto con il video “Vite ricostruite dentro e fuori dal carcere: 5 racconti”, che ha mostrato percorsi di rinascita possibili quando comunità, responsabilità e lavoro si intrecciano: la Casa di Accoglienza “Rosario Livatino” della Fondazione Francesco Ventorino, che consente la detenzione domiciliare a persone senza dimora; la cooperativa palermitana Rigenerazioni Onlus con “Cotti in fragranza”, il laboratorio di panificazione nato al Malaspina; la falegnameria della “Ro – La formichina” dove lavorano insieme persone con disabilità e ragazzi con procedimenti penali; le “Case-famiglia” di Insieme Onlus. Particolarmente intensa la testimonianza di Giorgio Bazzega, figlio del maresciallo Sergio Bazzega ucciso da un brigatista, oggi mediatore penale nei percorsi di giustizia riparativa: dal dolore può nascere un incontro che cambia la vita delle persone e la qualità della convivenza.

Costruire reti fra istituzioni e società civile

«Questa iniziativa – spiega Alfio Pennisi, responsabile dell’Ufficio di Pastorale Carceraria e promotore del convegno – è frutto di un impegno costante nel costruire reti tra istituzioni e società civile per far conoscere pratiche di integrazione attraverso il lavoro, che ha un valore educativo profondo. Alla luce dei dati sul sovraffollamento e sui suicidi in carcere, è urgente riflettere sul senso della pena e sostenere percorsi che restituiscano dignità e speranza. Riparare e ricostruire significa ridare voce, fiducia e futuro a chi ha sbagliato, perché possa contribuire al bene comune».

L’intervento del gesuita Francesco Occhetta

La lectio di padre Francesco Occhetta S.J., segretario generale della Fondazione Fratelli Tutti, ha sottolineato il ruolo della responsabilità civica: «La giustizia non è anzitutto un ingranaggio tecnico: è un modello culturale. O educhiamo a distinguere il bene dal male, rendendo la coscienza soggetto e non oggetto, oppure continueremo a sacrificare persone e relazioni sull’altare di una legalità senza umanità». Occhetta ha proposto una giustizia che vive “in comunione con le virtù”, capace di tenere insieme verità, sapienza e pace sociale. I numeri – ha ricordato – interrogano la coscienza: lo Stato spende mediamente molto per la custodia ma pochissimo per la rieducazione; se la recidiva resta alta, «significa che il modello non funziona come dovrebbe». Per la Bibbia, la giustizia è anzitutto riparazione del legame spezzato: «La giustizia riparativa non è una scorciatoia né un premio procedurale; è incontro – preparato e sorvegliato – tra chi ha ferito e chi è stato ferito, con una comunità che accompagna. Il mediatore è figura chiave: entra nel dolore, disinnesca il risentimento, apre possibilità di riconciliazione. Servono parole nuove e molta formazione». Da qui l’appello a una corresponsabilità concreta: prevenzione, legalità negli appalti e nella finanza, contrasto alle dipendenze, educazione diffusa. «Esiste una giustizia dei forti e una giustizia dei deboli: dobbiamo credere nella seconda e costruire processi. Senza lavoro culturale nelle scuole, nelle comunità, nelle parrocchie, la giustizia resta poco narrata e l’umanità delle persone non entra mai davvero nel sistema».

Sulla stessa linea si è collocato l’intervento della magistrata di sorveglianza Maria Rosaria Parruti, con esperienza diretta negli istituti di L’Aquila e Sulmona. Le misure alternative alla detenzione – ha chiarito – non sono un mezzo per “uscire dal carcere”, ma l’esito di un percorso di responsabilizzazione e crescita personale: vengono concesse solo a chi dimostra, con fatti concreti, di aver intrapreso un cammino di cambiamento e rieducazione. Nonostante l’emergenza del sovraffollamento, dal 2024 non sono stati adottati interventi strutturali di riduzione; il lavoro ministeriale si è concentrato su pene brevi e casi a bassa pericolosità sociale. Il cuore del suo contributo ha riguardato la giustizia riparativa, intesa come “giustizia dell’incontro”, capace di dare una risposta più umana e profonda alla domanda di giustizia, spesso insoddisfatta dal modello tradizionale: ricomporre il conflitto generato dal reato coinvolgendo reo, vittima e comunità; favorire un percorso di responsabilità, di presa di coscienza del male compiuto e di ricostruzione del legame sociale spezzato.

Moderato da Alfio Pennisi, l’incontro ha intrecciato voci del mondo giuridico, ecclesiale e sociale, mostrando che una giustizia capace di educare e restituire umanità è possibile quando la comunità diventa parte attiva del percorso. È il senso di un cammino che, nel solco del Giubileo e del progetto Senza catene, invita a non identificare mai la persona con l’errore commesso, ma a credere nella sua capacità di riparare, ricostruire e tornare a donarsi alla società.

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