di Agatino Cariola
Subito dopo il giubileo universale del 2025, la diocesi di Catania vedrà un apposito giubileo per ricordare i 900 anni da quando il corpo della concittadina Sant’Agata rientrò da Costantinopoli, dove era stato portato decenni prima dal generale bizantino Giorgio Maniace alla fine del suo tentativo attorno il 1040 di riconquistare la Sicilia dal dominio arabo e riannetterla appunto a Costantinopoli. Malgrado avesse vinto la battaglia svolta nella località che oggi porta il suo nome, l’intento di Maniace non fu raggiunto: egli ripartì in fretta per la corte imperiale non senza prendere e portare con sé i corpi – ossia le reliquie – di sant’Agata e di Santa Lucia. Alla base di tale idea vi era forse la convinzione che i corpi dei santi abbiano di per sé ed esercitino poteri prodigiosi, una tendenza che attraversa in maniera carsica molte culture e che – tra l’altro – permeò anche il nazismo, che pur era una religione tutta pagana, ma che univa l’odio verso Dio ad una ricerca ossessionata di reliquie. Non a caso nel 1943, nei mesi bui della guerra voluta dal fascismo e che consegnò l’Italia ai tedeschi, l’allora Arcivescovo di Catania, mons. Patanè, pensò bene di mettere in salvo il busto reliquiario della Santa patrona e di nasconderlo a Fleri, all’insaputa di tutti. A preservare l’identità di questa Città di Catania, oltre che a salvare un capolavoro d’arte e ad assicurare il giusto rispetto al corpo di una donna che non si era piegata alla violenza di uomini di potere.
Propongo a questo riguardo di ricordare in maniera formale anche la giornata in cui nella tarda estate del 1943 il busto reliquiario è ritornato in Cattedrale: segno che almeno in questo territorio la guerra era finita e si doveva pensare alla ricostruzione dei rapporti sociali e della vita democratica. Ancora una volta sant’Agata era tra noi e ci rimane.
I giubilei sono stati istituiti dalla Chiesa cattolica a memoria della legislazione mosaica che prevedeva ogni 50 anni l’azzeramento dei debiti e la restituzione dei terreni alle famiglie secondo l’attribuzione originaria dopo l’ingresso in Palestina. Gli ebrei avrebbero dovuto riconoscere che la loro liberazione dalla schiavitù egiziana era dovuta solo a Dio e che la stessa ricchezza ottenuta nei più diversi modi è sempre uno strumento e non un fine.
Non vi sono prove che gli ebrei abbiano applicato le prescrizioni sui giubilei, ma è rimasta la tensione data dall’attesa di un anno che rinnova gli uomini ed i loro rapporti, assegna loro – per così dire – un’altra chance di vivere.
Nel 1300 Bonifacio VIII riprese talune prassi già diffuse (ad esempio ‘la perdonanza’ ideata da Pietro da Morrone, poi Celestino V) e stabilì un anno di grazia in cui la visita ai luoghi del martirio degli apostoli Pietro e Paolo si accompagnasse alla remissione dei peccati.
La Chiesa ha istituito pratiche oppure le ha razionalizzate per mostrare a tutti la necessità della conversione, ossia del cambiamento che si richiede ad ognuno nei rapporti interpersonali ed in generale in quelli sociali. Il giubileo ci ricorda l’insoddisfazione verso lo stato presente e l’opportunità di migliorarlo e di migliorarci. Senza questa molla, si starebbe tutti peggio, ci si adagerebbe sull’esistente e si sprecherebbero tante occasioni di modificare le cose.
Il vizio più grave è, probabilmente, l’accidia che ci blocca nel fare ed il peccato che si insinua nella nostra vita è sempre quello di omissione che ci rende ciechi e sordi rispetto al bene da realizzare. Anche con il pellegrinaggio piccolo o grande che si richiede, il giubileo ci ricorda che bisogna alzarsi in piedi e vivere appieno.
Si parte sempre dalla dimensione spirituale, e siccome il cattolicesimo non è solo riflessione teorica, ma anche dimensione esistenziale e pratica, la conversione interiore si fa subito cambiamento di vita concreta nei rapporti con gli altri. Insomma, la conversione giubilare esprime la necessità di mutamento: istituire rapporti più giusti o anche riallacciare relazioni, migliorare la vita nelle nostre città. Il Dio che ci perdona è sempre il Dio che ci invita a prenderci cura degli altri, ad accudire il viandante ferito ed a fare pace con i nemici, a non abbandonare il nostro lavoro nelle città degli uomini nostri fratelli.
Da questo punto di vista la dimensione cristiana è sempre volta al miglioramento e la Chiesa è sempre giubilare. Il 6 gennaio 2026, allorché si chiuderà il giubileo universale voluto da Papa Francesco, non è affatto una data conclusiva, semmai è una partenza perché da allora a maggior ragione ci si deve chiedere cosa fare per migliorare noi e ciò che ci sta attorno.
Un giubileo non finisce, ma solo inizia
Si comprende allora che i Papi abbiano sentito l’esigenza di porre attenzioni su tante occasioni prescindendo dal rispetto della scadenza dei venticinque anni. La vita di ognuno si scandisce nel tempo e si fa storia. Ed opportunamente nel 1983, come già aveva deciso Pio XI nel 1933, Giovanni Paolo II pensò di ricordare con un giubileo che 1950 anni addietro Cristo patì e risorse, quasi ad unire la nostra storia personale con quella di Gesù e, quindi, con la storia universale. Nel 2015 Francesco istituì il giubileo della misericordia, dedicato ad un mondo che continua a conoscere la triste esperienza della guerra e che vede interi popoli ridotti in “nuove” schiavitù.
In un mondo e, quindi, in una Chiesa che vivono al tempo stesso in una dimensione globale ed in una territoriale, è una felice intuizione dell’arcivescovo Renna istituire – chiedendolo al Papa – il giubileo per il rientro a Catania delle spoglie di Sant’Agata, che da sempre sono unite al destino della Città. Non si tratta di tributare alla Santa Patrona un’ulteriore festa. Il giubileo particolare agatino è il giubileo di una Catania che si rende conto delle sue ferite e si cura: dei mafiosi che cambiano vita, dei politici che agiscono per il bene comune, degli industriali e dei commercianti che comprendono di dover offrire beni e servizi di qualità, degli insegnanti i quali hanno a che fare con il bene più prezioso di una comunità che sono i giovani, di tutti i catanesi i quali evitano di sporcare Catania ed, anzi, ne preservano la bellezza. E così per i tanti, anzi per tutti noi che possiamo e dobbiamo fare.
A rischio di essere blasfemo, il giubileo agatino non può ridursi ad una messa in più: sarebbe inutile. Né esso si può rivolgere solo a chi vive e lavora nelle strutture ecclesiali: risulterebbe sprecato. Il giubileo dedicato a sant’Agata rinnova e ripete l’esortazione di Giovanni Paolo la sera del 4 novembre 1994: “Catania, alzati”, ed alzati tutta intera.
Testo profondo e ispirato come quelli che sei solito scrivere non solo con riferimento a Sant’ Agata
Incisivo ed efficace, complimenti