di Maria Dolores Doria

Quando arrivai a Catania, quaranta anni fa, dal nord Italia, e vidi per la prima volta la festa di s. Agata, l’impressione di trovarmi di fronte ad una fede autentica e profondamente radicata fu fortissima. La quantità di persone, il tempo trascorso in processione fino a notte fonda, la compresenza di età (giovani, quanti giovani!), intere famiglie, uomini e donne con lo stesso abito, mi colpì e mi commosse: era davvero la testimonianza di una fede che esce dalla dimensione individuale e viene vissuta coralmente. Anche quando mi misero in guardia dall’apparenza, che a volte inganna, e capii che c’era qualcosa da migliorare, l’impatto con l’affetto del popolo catanese nei confronti della Santuzza è stato indelebile. Sappiamo che in questi decenni l’impegno da parte degli Arcivescovi che si sono succeduti a Catania, delle Associazioni coinvolte, dei devoti, è sempre stato quello di purificare i giorni della festa in particolare, ma non solo, da derive folkloristiche o da atteggiamenti lontani dalla fede. A proposito della fede, faccio mio un passaggio della Lettera pastorale dell’Arcivescovo dedicata a sant’Agata su cui stiamo riflettendo. [La fede] “non è un sentimento interiore da tenere nascosto, né va esibito in maniera istrionica per sentirsi superiori o migliori degli altri; essa va semplicemente testimoniata nelle situazioni normali della vita, che non poche volte richiedono sofferenza” (1.3). In questi anni di Cammino sinodale stiamo riscoprendo la sorgente della nostra fede – il dono di grazia ricevuto nel battesimo e alimentato dall’eucaristia-, che ha una meta, la santità, e una peculiarità: si riceve e si vive in un contesto comunitario, che sia la famiglia, il lavoro, la città. Così leggiamo nel Documento Finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi: “La sinodalità è anzitutto una disposizione spirituale che permea la vita quotidiana dei battezzati e ogni aspetto della missione della Chiesa. […] Riconosciamo i frutti [della spiritualità sinodale quando sono presenti] unità e armonia nella pluriformità. Nessuno può procedere da solo su un cammino di autentica spiritualità. Abbiamo bisogno di sostegno, compresa la formazione e l’accompagnamento spirituale, come singoli e come comunità”.

È significativa la coincidenza tra il paragrafo 3.2 della nostra Lettera, che contiene l’invito a pensarci come un “noi” di santi e corresponsabili, e le parole che Papa Leone XIV rivolge alla sua diocesi romana, perché la Chiesa “diventi laboratorio di sinodalità, capace – con la grazia di Dio – di realizzare ‘fatti di Vangelo’”. Immagino che anche la Chiesa catanese in cui viveva Agata sia stata una comunità con risorse e limiti, in un contesto tanto diverso dall’attuale, ma sempre composto da famiglie, da persone con carismi e ministeri, le vergini, le vedove, gli orfani… un popolo che già allora rispondeva alla chiamata del Padre e camminava insieme. La spiritualità sinodale ci incoraggia alla conversione del cuore e ci spinge ad essere profeti, come Agata per il suo tempo: cosa vale di più per noi: ricchezza, fama, potere, me stessa? Anche oggi la Chiesa può essere profezia sociale e proporre pratiche autentiche di dialogo, pace, collaborazione, costruzione di una “città dell’uomo a misura d’uomo”. È confortante che anche a Catania siano in corso già da anni iniziative del genere, come l’Istituto per la formazione socio-politica sant’Agata per Catania, l’Ufficio di Pastorale sociale, il Cantiere per Catania, la Commissione sociale a Paternò e tante altre iniziative presenti nel territorio. Sono tutte risposte costruttive e creative alla mentalità e al malcostume malavitoso, che tanto pesano sul nostro territorio, e ci incoraggiano a proseguire con altre buone pratiche.

L’attenzione alla religiosità popolare come caratteristica specifica del nostro territorio è stato uno degli elementi indicati dalla nostra Diocesi per gli anni del Cammino sinodale. Si tratta di una scelta oculata, vista la devozione nei confronti di tanti santi e sante, martiri ed eremiti, missionari e monaci. Come una casa circondata da un bellissimo giardino, in cui ogni fiore risulta avere una propria bellezza e profumo! È pensando alla Chiesa come casa che il Documento Finale colloca la pietà popolare. Al n. 115 si legge: “Quando non è intesa come spazio chiuso, inaccessibile, da difendere a tutti i costi, l’immagine della casa evoca possibilità di accoglienza, di ospitalità e inclusione. Il nostro impegno è far sì che la Chiesa sia percepita come casa accogliente, sacramento di incontro e di salvezza, scuola di comunione per tutti. La Chiesa è anche Popolo di Dio in cammino con Cristo. […] Ne è segno la pratica tradizionale dei pellegrinaggi. La pietà popolare è uno dei luoghi di una Chiesa sinodale missionaria”. Risuonano le indicazioni del Direttorio per la pietà popolare, citato nel paragrafo 2.1 della Lettera agatina: “La processione è un segno della condizione della Chiesa, che con Cristo e dietro a Cristo, marcia per le vie della città terrena, […] segno della testimonianza di fede che la comunità cristiana deve rendere al suo Signore nelle strutture della società civile”.

Un possibile messaggio di Agata ai suoi devoti, a chi la incontra, può forse essere quello di una santità vissuta insieme: per lei, con la sua comunità di allora, con Pietro che se ne prende cura e la guarisce, con chi da subito ne fa memoria e ne custodisce la tomba. Per noi, oggi, pensarci come un popolo in cammino verso la santità, una santità di popolo, un popolo di santi. Essere corresponsabile del devoto che mi sta accanto significa prendermene cura, conoscerlo per nome, diventarne amico. Soprattutto in risposta ai perché laceranti di oggi, vivere l’altro può essere l’esercizio quotidiano, una piccola pillola per farci santi insieme, sulle orme decise di Agata.

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