L’incontro promosso dall’Istituto Francesco Ventorino, pioniere in Sicilia nell’adesione ai Patti Digitali. Le riflessioni dei relatori.

«Educare al digitale è educare alla vita.» Queste parole del professor Luca Botturi racchiudono il cuore dell’incontro “Oltre i like. Il digitale che educa”, tenutosi lunedì 13 ottobre nel teatro dell’Istituto Francesco Ventorino di Catania. Un evento rivolto a genitori, insegnanti e studenti, nato per riflettere sull’educazione digitale come strumento di crescita, responsabilità e alleanza educativa tra scuola e famiglia.

Come ha ricordato in apertura la preside prof.ssa Michela D’Oro, l’iniziativa nasce dal desiderio, da parte di noi adulti, di affermare un deciso “noi ci siamo” di fronte alla complessità dell’educare nell’era digitale. Non per timore della rete, ma per amore dei volti che la abitano, soprattutto quelli più esposti: bambini e ragazzi. Un’urgenza educativa che l’Istituto Francesco Ventorino, promotore dell’evento, affronta da tempo, distinguendosi in Sicilia — insieme a poche altre realtà — come pioniere nell’adesione ai Patti Digitali: accordi condivisi tra scuola e famiglie che stabiliscono regole e valori comuni sull’uso della tecnologia per costruire una comunità educativa fondata su rispetto, sicurezza e creatività.

L’incontro ha visto la partecipazione di esperti del mondo accademico, giornalistico e delle forze dell’ordine, impegnati in prima linea nel promuovere un uso consapevole della tecnologia.
A margine dell’evento, abbiamo raccolto le voci dei tre relatori.

Marcello La Bella, dirigente del Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica della Polizia Postale – Sicilia Orientale, ha sottolineato:

«Più che di emergenze, parlerei della necessità di promuovere consapevolezza. Gli adulti, in particolare i genitori, dimenticano troppo spesso che lasciare un bambino, un ragazzo o un adolescente da solo davanti a un computer o a uno smartphone significa esporlo a rischi concreti: dagli adescamenti online agli episodi di cyberbullismo. La prevenzione resta l’arma più efficace.»

Luca Botturi, docente di media in educazione presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera Italiana, ha posto l’attenzione in particolare sui rischi legati ad un’esposizione precoce al digitale:

«Sappiamo da tanti studi che un’esposizione precoce non fa bene. Quando si arriva nell’adolescenza, 12-15 anni, si sente un effetto sul rendimento scolastico. Usare TikTok o Instagram non ci rende cittadini digitali migliori. Le competenze si imparano lavorando a scuola, su progetti concreti, non utilizzando i social o videogiocando.»

Stefania Garassini, giornalista, docente in Content Management e Digital Journalism all’Università Cattolica di Milano e membro del direttivo dei Patti Digitali, ha confermato:

«Ci sono rischi confermati da ricerche autorevoli: sull’attenzione, sul sonno, sull’acquisizione del linguaggio e sulla vista. Un bambino davanti a uno schermo non impara nulla. Se vede un’azione su uno schermo, non riesce a riprodurla. Se la vede da una persona in carne e ossa, sì. Questo ci dice quanto siamo importanti noi adulti.»

Garassini ha poi ribadito il valore dei Patti Digitali:

«I genitori si sentono spesso soli. Se in una classe tutti hanno uno smartphone, una famiglia isolata fatica a fare una scelta diversa. I Patti Digitali nascono per rispondere a questa esigenza: ritrovarsi come comunità e fare scelte condivise. Perché è in quel divario tra 11 e 15 anni che si può agire, restituendo ai genitori la fiducia nella possibilità di educare, anche in un ambiente pervaso dalla tecnologia.»

Sono spunti che ci ricordano come la sicurezza digitale sia, prima di tutto, una responsabilità condivisa. Nel mare digitale, colmo di insidie, nessun bambino dovrebbe navigare da solo: l’educazione è sempre un viaggio da compiere insieme.
Un viaggio fatto di gesti condivisi, con la pazienza di chi sa che ogni click può essere un seme o una ferita. Un patto, sì. Ma prima ancora, un atto d’amore. E di responsabilità, verso chi cresce. E verso chi ci guarda.

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