di Barbaro Scionti*

La Chiesa di Catania ormai da diversi anni, in realtà quasi da due decenni, ha voluto intraprendere un cammino di specifica attenzione pastorale alla “spiritualità popolare” che caratterizza la devozione alla patrona della Città e dell’Arcidiocesi, la vergine e martire Agata.

Gli ottimi venti di grazia del rinnovamento ecclesiale conciliare avevano, dalla fine degli anni settanta, ceduto il posto ad una disaffezione del clero e di certo laicato impegnato nei confronti di una devozione definita folcloristica e quasi superstiziosa, che presto, secondo i più, si sarebbe esaurita, nociva alla crescita dell’autenticità cristiana dei fedeli.

Mettendo da parte “Evangelii nunziandi” di San Paolo VI, il Direttorio di pietà popolare e liturgia, promulgato da San Giovanni Paolo II, e poi ancora i pronunciamenti più recenti e significativi di Benedetto XVI e Francesco che parla addirittura di “spiritualità popolare”, è derivato l’abbandono di buona parte del clero e di cattolici impegnati pronti a criticare e, perché no, a snobbare la pratica devozionale di migliaia di devoti catanesi.

La risposta del mondo della devozione, abbandonato da clero e laicato impegnato, si riassume in una espressione terribile che purtroppo ancora oggi serpeggia tra i “devotissimi”: Sant’Agata è nostra, non è della Chiesa!

Restituire dignità alla devozione a sant’Agata

Addirittura nel programma delle celebrazioni, quasi a sottolinearne il distacco con la comunità ecclesiale, era scritto che la mattina del 4 febbraio, all’inizio del giro esterno delle Sacre Reliquie, il parroco le consegnava ai devoti i quali di conseguenza ne potevano essere i gestori sotto la guida del Maestro del fercolo che, per quanto di nomina ecclesiastica, doveva fare da ago della bilancia tra le richieste della base e le indicazioni ecclesiastiche… e questo ago a volte eludeva le indicazioni della Chiesa Catanese.

La lettera pastorale “Sui passi di Sant’Agata per rendere ragione della nostra speranza” restituisce dignità alla devozione a Sant’Agata ed al popolo dei devoti, chiamato ad essere adesso soggetto e non oggetto: l’amore e la venerazione del martirio di Agata, nostra “propizia stella”, vanno custoditi perché risorsa essenziale per vivere da veri cristiani nel tempo e nella storia della Chiesa catanese.

Agata buona punto di riferimento delle nostre articolazioni ecclesiali

Sant’Agata ha tanto da dire e da insegnare a chi ricerca il meglio per la propria vita e per quella della nostra Città. Sant’Agata illumina la vita buona del Vangelo e ci aiuta a vivere da discepoli senza esitazioni, guardando con fiducia e speranza al Crocifisso risorto ed al Vangelo, parola di salvezza e di liberazione.

Guardando alla testimonianza di Agata la comunità diocesana è chiamata dunque a custodirne la memoria e questa è adesso, secondo la lettera pastorale, una “responsabilità morale”: la bellezza di Agata buona è da ora in poi rinnovato punto di riferimento fondante la vita delle nostre articolazioni ecclesiali.

Parrocchie, Movimenti, gruppi e associazioni con i laici, i sacerdoti e con la vita consacrata, diventano “pietre vive nella Chiesa come Sant’Agata”, annuncia ancora la lettera pastorale. Alla testimonianza della amatissima (soprattutto dal popolo più povero) Patrona si attinge per riscoprire la chiamata alla santità, per imparare, con senso di maggiore responsabilità, la via, sempre difficile, della comunione.

Il martirio di Agata speranza per le giovani generazioni

Al martirio di Sant’Agata ed al suo racconto, come la buona tradizione l’ha fatto giungere fino a noi, si attinge ancora per nutrire i nostri ragazzi ed i nostri giovani per aiutarli ad essere nel mondo donne e uomini liberi e coraggiosi.

Nel martirio di Sant’Agata trovano conforto e sostegno le donne colpite dal cancro al seno e le donne vittime di persecuzione e di violenza fisica e psicologica da parte dei “Quinziano” del nostro tempo e ritrovano speranza soprattutto quei sopravvissuti alle violenze, i familiari delle vittime, che spesso noi dimentichiamo e abbandoniamo al loro destino di dolore lacerante.

Il martirio di Sant’Agata nutre la nostra vita di carità, attenzione permanente alle povertà materiali e spirituali di un popolo che grida il suo bisogno di aiuto e, aggrappandosi al cancello del luogo che ne conserva gelosamente le reliquie, invoca una carezza di solidarietà che solleva e ridona speranza.

La Chiesa di Catania sceglie allora, con rinnovata risolutezza, il cammino dell’educazione a vivere da cristiani nel mondo in cui si è inseriti: educare i devoti a partire da quanto essi portano onestamente nel loro cuore!

Non basta dunque condannare e reprimere i mali, non pochi, che certamente serpeggiano, serve piuttosto educare alla vita buona del Vangelo che Agata ha scelto senza esitazione ed i suoi devoti, se sinceri, non possono tirarsi indietro.

Lo sguardo di Agata, verso ogni persona, diventa lo sguardo di fede di ciascuno/a con Agata verso il Crocifisso Risorto.

Adesso Agata appartiene alla Chiesa catanese di cui i devoti sono soggetto visibile e vivace!

*Parroco della Basilica Cattedrale S. Agata Vergine e Martire, Catania

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