Guardare in faccia la realtà di chi vive il dramma della guerra, non per pietà ma per verità, serve ad accorgersi non solo dell’abisso scavato dal male nella Storia, ma anche — e forse soprattutto — di cosa è fatta la pace.
Di carne, di voce, di occhi che non sfuggono lo sguardo degli altri. Di mani che si tendono. Di silenzi colmi di attesa.
Può la testimonianza aiutare la pace?
La risposta a questa domanda non è una formula. Accade. Come un dono, gratuito. Che non è scontato. Come una sorpresa dentro il buio più nero, quello che ancora attraversa il nostro mondo ferito dalle ingiustizie — personali o internazionali — a cui continuiamo ad assistere.
Accade quando qualcuno ha il coraggio di raccontare, di condividere fino al proprio dolore.
Un incontro del Centro Culturale di Catania
Accade. Come è accaduto la sera del 22 ottobre scorso, nel teatro dell’Istituto Francesco Ventorino di Catania, in occasione dell’incontro La pace che già c’è, promosso dal Centro Culturale di Catania, in collaborazione con i Centri Culturali di Palermo, Messina, Giarre, Siracusa, Ragusa, Alcamo e Castellammare, con l’associazione Parents Circle Families Forum e con lo stesso Istituto Ventorino, da sempre attento e sensibile promotore dell’educazione alla pace.
Due donne, due madri
Due donne, due madri. Due voci in videocollegamento, da Betlemme e da Tel Aviv: Layla al-Sheikh e Maayan Inon. Una palestinese, un’israeliana. Due storie e due dolori che non si sommano, ma si rifrangono l’uno nell’altro, come in un apeirogon— quella figura geometrica con infiniti lati che lo scrittore Colum McCann ha scelto per raccontare altre storie vere, quelle di Bassam e Rami, un palestinese e un israeliano uniti dalla perdita di una figlia. Lati infiniti, come le storie che il conflitto continua a spezzare.
Layla, la mamma palestinese
Layla ha perso suo figlio Qusay l’11 aprile 2002. Otto mesi appena. Durante un’incursione israeliana, ha inalato gas lacrimogeni, sviluppando un’infezione respiratoria. L’ospedale era a soli venti minuti di distanza, ma ci sono volute quattro ore per arrivarci: checkpoint israeliani, trattenimenti volontari. Troppo tempo. Qusay è morto 48 ore dopo.
«Ero piena di rabbia e di odio, perché per me tutti gli israeliani erano responsabili della morte di mio figlio. Ma allo stesso tempo non ho pensato a vendicarmi, perché la vendetta non mi avrebbe riportato indietro mio figlio». Parla con voce ferma Layla, ma il dolore traspare.
Poi, nel 2016, come in un giorno di svolta, un’amica la invita — non senza qualche iniziale resistenza — a una conferenza del Parents Circle Families Forum, l’associazione costituita da un gruppo di genitori israeliani e palestinesi che hanno perso i figli nel conflitto in corso e che ora desiderano portare la pace fra i due popoli.
Layla non aveva mai visto un israeliano che non fosse un soldato o un colono.
Quella sera, vide madri e padri che si abbracciavano, che sorridevano insieme, che condividevano la stessa solitudine.
«Durante questo incontro abbiamo parlato delle cose che sono successe nella nostra vita: è stata la prima volta in cui ho parlato di cosa è successo al mio bambino. Anche dopo la sua morte, io e mio marito non ne parlavamo mai. È stato duro, dopo 16 anni, riaprire questa porta e fare entrare tutti i ricordi, compreso il dolore. Per la prima volta si è fatta avanti una donna israeliana che si è messa a parlare con me. E mi ha detto che, come madre, poteva capire il mio dolore, che poteva capire anche le parole che non riuscivo a dire. Poi mi ha abbracciato e noi due ci siamo messi a piangere. Per essere onesta, è stata la prima volta in cui ho pensato che qualcuno potesse capire il mio dolore, anche se non avevo detto una parola».
E da allora, ha scelto di parlare. Di portare la memoria di Qusaynon come una pietra da scagliare, ma come un seme da piantare.
Maayan Inon, la mamma israeliana
Maayan Inon è nata in un kibbutz vicino alla Striscia di Gaza. L’ultimo messaggio del padre su WhatsApp parlava di missili e caos. Poi solo silenzio. Ha perso i genitori il 7 ottobre 2023, uccisi da miliziani di Hamas. La loro casa è stata bruciata, rasa al suolo.
Tre mesi dopo, invitata dal fratello, Maayan si avvicina al ParentsCircle.
«È vero che ero sotto shock, ero in trauma. Non volevo la vendetta, ma non riuscivo nemmeno a volere la pace, non riuscivo nemmeno a dire la parola pace. Dopo alcuni mesi mio fratello mi ha raccontato dell’associazione Parents Circle e ha invitato persone di quest’organizzazione a parlare con noi. I nostri genitori erano morti in un modo così violento e crudele che non credevo più fosse possibile parlare di pace. E ho chiesto alle persone del Parents Circle: quando voi parlate di riconciliazione, cosa intendete veramente? E ho visto che loro avevano la risposta, avevano come dei passi già stabiliti. Perché è un processo di cura per noi: non c’è riconciliazione in un giorno, è un percorso, è qualcosa che accade passo dopo passo».
Maayan, citando l’attivista palestinese Hamzah Saadah, ricorda che “la speranza è un’azione” e dichiara:
«Credo che la speranza sia veramente una cosa che noi facciamo. È una cosa esatta, in tutto quello che facciamo ogni giorno. Con le nostre azioni, noi facciamo speranza. Ci vuole coraggio per dire in modo semplice e diretto cosa significa e cosa vogliamo costruire».
«Avere il coraggio — come ha richiamato il cardinale Pizzaballa — di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo, sia nelle azioni e nei gesti che porremo».
Il coraggio di testimonianze che offrono la possibilità di riscoprire cos’è l’uomo, attraverso storie di persone che, pur vivendo immerse nella distruzione e nella morte, non smettono di costruire e di scegliere la vita: in una parola, di essere umani.
Accade. Come lo sguardo che abbraccia di Layla e Maayan. Un dono che già c’è.
Testimonianze forti, impregnate di pathos per le donne che hanno testimoniato ma anche cariche di speranza perché si può vivere nella “pace” se si dialoga, se si condividono il dolore e le paure.
Grazie