In vista dei 60 anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, vogliamo esaminare alcuni documenti che hanno impresso una svolta importante nella vita della Chiesa. Il 4 dicembre 1963, Paolo VI promulga la Costituzione Sacrosanctum Concilium, per il rinnovamento della liturgia, intesa come liturgia di tutto il popolo di Dio, in quanto essa è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa, e, insieme, lafonteda cui promana tutta la sua virtù» (SC n.10). Di conseguenza, «la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente» (SC n.48). A tale scopo è necessario che i pastori curino la formazione liturgica dei fedeli, secondo l’età, la condizione, la cultura religiosa (vd SC n. 19), favorendo la riscoperta del loro sacerdozio battesimale. Pertanto, nella celebrazione liturgica, i fedeli laici sono veri protagonisti, coscienti del loro essere Chiesa.
La vecchia divisione popolo/clero
Un antesignano del Concilio, il Beato Rosmini, ne Le cinque piaghe della Santa Chiesa (1848), avevacriticato duramente la «divisione del popolo dal Clero», nelle celebrazioni liturgiche, come se ci fosse un «muro», che riduceva i fedeli a «semplici spettatori di sacra rappresentazione», mentre essi sono parte attiva nella liturgia, insieme al clero. Ma il coinvolgimento armonico dei fedeli suppone che essi capiscano le parole(perciò non può essere il latino), il significato dei riti, dei gesti e dei segni liturgici. Invece, i laici durante la Messa sembrano esuli in terra straniera, che odono suoni privi di significato, e assistono passivi come fossero statue o colonne della Chiesa (vdRosmini). In Italia, agli inizi del Novecento, il Movimento liturgico (si ricollegava al pensiero di Rosmini), per promuovere la partecipazione attiva dei fedeli alla Liturgia, preparò dei sussidi per spiegare i sacri riti e, nel 1921, pubblicò il primo messalino italiano per i fedeli, limitato alle feste.
Ma qual era la fotografia di una celebrazione eucaristica fino al Concilio? Durante la Messa, il popolo vedeva all’altare un prete che, voltando le spalle ai presenti, recitava sottovoce preghiere in una lingua incomprensibile. Inoltre, si spostava dal centro a destra o a sinistra dell’altare, compiendo gesti strani, quasi magici. I fedeli non mostravano interesse per ciò che il prete compiva, al più recitavano il rosario. Questa immagine ci restituisce chiaramente la netta separazione tra clero e popolo: l’azione liturgica non li riguarda; essi sono considerati estranei o, addirittura, intrusi.
Latino sì, latino no nella liturgia
Latino sì, latino no nella Liturgia: la questioneha suscitato un vivace dibattito al Concilio. Molti Padri avevano denunciato la scarsa istruzione cristiana del popolo e l’incomprensibilità del latino per la stragrande maggioranza dei fedeli, notando che la Chiesa, paradossalmente, continuava a parlare al popolo di Dio, senza preoccuparsi di essere compresa. Ma altri, come ad esempio il Card. A. Bacci, illustre latinista (aveva pubblicato il Vocabolario italiano-latino delle parole moderne), sostenevano la necessità di conservare il latino nella liturgia, e ricordavano che la citata posizione di Rosmini era stata condannata da Pio IX. La Costituzione approvata, però, evidenzia la natura didattica e pastorale della Liturgia: «le sante realtà siano espresse più chiaramente» affinché «il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso, e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria» (SC. n.21). Di conseguenza, i riti «siano chiari e adattati alla capacità di comprensione dei fedeli» (SC n.34). Nella SC. i nn. 36 e 54, danno indicazioni per introdurre la lingua volgare nella Liturgia. Mi sembra opportuno ricordare che all’iter della riforma liturgica ha dato il suo apporto come perito conciliare Mons. Salvatore Famoso, del nostro presbiterio diocesano, che molti di noi hanno avuto la fortuna di avere come docente di Liturgia nel nostro Seminario, durante gli anni dei nostri studi teologici. Papa Francesco, parlando alla Settimana Liturgica Nazionale (24.8.2017), sottolineava che tutto il popolo di Dio deve essere coinvolto attivamente nella liturgia: «Per sua natura la liturgia è infatti popolare e non clericale, essendo – come insegna l’etimologia – un’azione per il popolo, ma anche del popolo». Forse Papa Francesco voleva mettere in guardia da certe nostalgie pre-conciliari che fanno capolino, ancora oggi, tra certe fasce del popolo di Dio e tra il clero?
La messa è un ” fatto personale ” tra il sacerdote e Dio o deve coinvolgere la comunità di fedeli? Piero Sapienza, con l’ apporto efficace di significative testimonianze, sottolinea l’ importanza della partecipazione attiva dei credenti presenti in Chiesa. I fedeli devono essere ascoltatori attenti della parola di Dio, perché essa deve dire sempre qualcosa a ognuno di noi. L’ uso del latino stravolge il senso della partecipazione liturgica perché non fa capire il messaggio che il sacerdote trasferisce ai credenti. Quindi, le ” nostalgie ” di questo tipo vanno assolutamente evitate, come sostennero i padri conciliari, che, a differenza di qualche ” miope ” vedevano lontano, convinti della condivisione dei momenti della liturgia. Cerchiamo, pertanto, di attuare in pieno il Concilio Vaticano II, valorizzandolo sempre più.
È fondamentale che i fedeli siano, attivamente, coinvolti nella liturgia che non può essere rivolta ad una stretta élite.
Gesù Cristo si rivolge non all’ elite bensì al popolo che accorre da ogni dove per poter ascoltare la sua parola.
È sempre pericoloso chiudersi in una cerchia ristretta, e questo è quello che accade, qualche volta, anche nelle nostre comunità.
La Chiesa, sostenuta dallo Spirito Santo, è chiamata a rispondere e a fronteggiare le sfide di questi tribolati tempi in cui sembra essersi perso il senso di quell’umanità che pare odiarsi desiderosa solo di autodistruggersi.
Perché? Cosa le manca?