Foto Condorelli
«Cinquant’anni di un ministero vissuto come dono a Dio per gli altri e come dono di Dio per gli altri». Con queste parole, Mons. Renna ha restituito la natura della vocazione sacerdotale di don Antonio Giacona. La missione, ha ricordato monsignor Renna che presiedeva nella cappella dell’Istituto Francesco Ventorino la concelebrazione eucaristica per i 50 di sacerdozio di don Antonio, non è un’attività da organizzare, che rischia di ridursi a mero attivismo, ma è grazia: vocazione che precede e chiama fin dal grembo materno. Riprendendo don Giussani e San Paolo, l’Arcivescovo ha sottolineato che il contenuto della missione è che “Dio sia tutto in tutti”. Non occupare posti strategici o costruire comunità come fine, ma annunciare Cristo crocifisso e risorto, Colui che dice al ladrone: «Oggi sarai con me in paradiso».
L’impegno missionario
La storia di don Antonio è la conferma di queste parole. L’impegno missionario a San Cristoforo, il Cile, Piazza Lanza: quartieri popolari, carceri, orfanotrofi. Luoghi di polvere e dolore, assetati di speranza, dove ogni volto è terra promessa e ogni gesto diventa sacramento di carità. Così è stato ed è tuttora: dai vicoli stretti di Catania alle periferie cilene, fino ai corridoi del carcere.
Una vita segnata da un incontro, non da un programma a tavolino. L’incontro con Gesù nella Chiesa, attraverso il carisma di don Giussani e la testimonianza di don Francesco Ventorino, per tutti don Ciccio. Da lì una certezza: la missione è la vita che si apre come risposta, nelle circostanze che il Signore dispone, in ciò che accade dietro l’angolo e, nello stesso tempo, fino agli estremi confini della terra.
La lunga esperienza pastorale in Cile
Era il 1963, un martedì pomeriggio. Don Ciccio disse: «Qui vogliamo vivere il cristianesimo e non parlarne». Una frase che ha segnato per sempre il giovane Antonio. Da lì nacquero esperienze di carità e missione: doposcuola, scuole serali, attenzione ai bisogni concreti. Non discorsi, ma vita condivisa. Come negli Atti degli Apostoli: uno parla, l’altro ascolta, e lo Spirito crea l’incontro.
Nel 1984, provocato dall’appello di Giovanni Paolo II, parte per il Cile. «La Chiesa è missionaria», lo incoraggiò l’Arcivescovo Picchinenna. Così don Antonio attraversa il Paese per oltre 2.500 chilometri, tra periferie, carceri, orfanotrofi, quartieri poveri. Ovunque la stessa certezza: il cuore dell’uomo, creato da Dio, è assetato di senso e di incontro. La spiritualità popolare cilena, i carismi della Chiesa, la collaborazione con altri movimenti: tutto diventa tessuto di un’unica missione.
Cappellano a Piazza Lanza
Oggi, nel carcere di Piazza Lanza, emerge ancora più chiaramente l’evidenza che ogni volto è unico e ogni storia destinata a Cristo. Sono oltre 450 volti, 450 storie. Nessuno escluso. «Dal tabacco alla confessione, da una telefonata a una caramella», racconta don Antonio in una recente intervista ad Avvenire Catania, «ogni gesto, se fatto con uno sguardo vero, diventa veicolo della carità di Cristo». E anche chi non sa chiamarla così, spesso la riconosce e ne è grato.
«Dopo cinquant’anni», confessa, «mi pare di essere ancora all’inizio. Perché la profondità del mistero di Cristo è inesauribile. Più entri e più ti accorgi che è vero: si può conoscere, entrare in amicizia e continuare a “consapere”, a gustare insieme».
Cinquant’anni: un nuovo inizio che non finisce. Una tappa che porta don Antonio, nel discorso di ringraziamento al termine della Messa, a dire di sé come definizione: «Io sono Tu che mi hai fatto». Forse è questo il segreto dei santi e dei mendicanti: la coscienza gioiosa e commossa che si riconosce nell’augurio del ritornello di un canto intonato durante la serata: «La festa sta per cominciare, corri e non fermarti amico mio. È la festa della fine del male sulla riva del mare di Dio». La festa di chi, come don Antonio, continua a camminare seguendo le orme sulla strada di Colui che è la strada.
