“Non siamo eroi”, dice una volontaria durante un pomeriggio di formazione organizzato dalla Caritas di Catania a chi le ricorda il ritornello di una canzone di Fiorella Mannoia che in questi giorni risuona con insistenza in uno spot tv. “I volontari – aggiunge una prof che partecipa alla conversazione – quando ne ho avuto bisogno nella mia vita li ho visti piuttosto come angeli”.

Eppure, eroi o angeli, chiamiamoli come vogliamo, i volontari sono capaci di aprire nuovi orizzonti di bene. Un esempio. Nella Giornata nazionale della Colletta Alimentare, in un supermercato di Catania una anziana signora ha voluto offrire un panettone espressamente ai volontari, con questa dedica: “Grazie a voi, perché ci donate speranza”.

Dall’altro lato le cronache di questi giorni, con assessori regionali costretti alle dimissioni e consigli comunali (vedi il caso Paternò) sciolti per infiltrazioni mafiose rilanciano un’altra possibile (ma non sempre corretta) associazione mentale tra politica e latrocinio. Ma procediamo con ordine.

Il più grande capitale sociale del Paese

In Italia i volontari sono più di 4 milioni: è un dato su cui riflettere. In un Paese di persone spesso chiuse nel loro guscio, astratte dalla realtà fa notizia l’esistenza di questo nutrito gruppo che si prende cura degli altri, che offre un po’ del proprio tempo gratuitamente, che mette a disposizione dei bisognosi le proprie competenze. Non solo questo dato fa notizia perché commuove, suscita speranza, ma anche perché ci aiuta a vedere un “tesoro” del nostro Paese normalmente trascurato.

Ferruccio De Bortoli, editorialista del Corriere della Sera e presidente dell’associazione Vidas, nel suo saggio “Ci salveremo. Appunti per una riscossa civica” (Garzanti, 2019) scrive: “Se ci salveremo, lo dovremo ai tanti nostri connazionali che si occupano di chi ha più bisogno. Sono un esercito”.

I volontari sono il più grande capitale sociale del Paese. Ma non sempre sono visti così. Anzi, la politica spesso li usa e li sfrutta come fossero una Croce rossa sociale, che arriva dove non arrivano i governi locali o regionali.

 “I poveri sono la stessa carne di Cristo”

Si tratta allora di riscoprire, come cristiani, il senso vero dell’essere volontari in un’opera di carità, che è diverso da quello – stimabilissimo – di chi lavora per una Ong. Impegnarsi per i poveri può essere una bella iniziativa. Ma alla lunga stanca. Presto cadiamo nello sconforto: o perché vediamo che quello che facciamo è una goccia in un mare di bisogno; o perché non vediamo spesso i frutti del nostro sacrificio. E allora subentra la tentazione di mollare. Di dire che è tutto inutile.

Ci aiutano a superare questa tentazione due testi di Papa Leone XIV.

Il primo è l’Esortazione apostolica “Dilexi te”. Al paragrafo 110, ritroviamo queste parole: “Per noi cristiani la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede”. E ancora: “La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica ma la stessa carne di Cristo”. Perciò per entrare davvero nel mistero della Incarnazione, dice il Papa, “bisogna specificare che il Signore si fa carne [una carne] che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata”. Nel servire i poveri, quindi, noi serviamo il Signore.

Per capire questo passaggio l’esempio più efficace che ci viene in mente è quello di santa madre Teresa di Calcutta e delle sue Missionarie della Carità.  Madre Teresa di Calcutta usava dire: io non servo i poveri, servo Gesù nei poveri. “Teresa, leggiamo nella Dilexi te al numero 77, non si considerava una filantropa o un’attivista, ma una sposa di Cristo crocifisso, che serviva con amore totale nei fratelli sofferenti

 “La carità è il più grande comandamento sociale”

Nel vivere la carità, nel servire i poveri come “carne di Cristo”, i volontari però non possono chiudere gli occhi sulle cause strutturali della povertà, rassegnandosi al fatto che la politica segue altre logiche. Né possono evitare di schierarsi. Perché, come ricordava papa Leone XIV nell’udienza giubilare del 22 novembre scorso: “Sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima”.

Per la giornata del povero, in un articolo su Avvenire Catania, l’arcivescovo Renna ha scritto: “Il volontariato fa una grande opera, senza la quale saremmo tutti più individualisti e tante opportunità non sarebbero offerte a molti o a tutti. Ma la Giornata del povero interpella anche la nostra coscienza civica, e ci rimanda a un concetto più ampio di carità”. Questo concetto è espresso nel Catechismo della chiesa cattolica: “la carità è il più grande comandamento sociale” e “le cause strutturali della povertà devono essere affrontate e rimosse”. Ce lo ricordava sinteticamente papa Francesco nell’introduzione a un libro di Dorothy Day, quando scriveva: “Il servizio deve diventare, dunque, politica: ovvero scelte concrete perché la giustizia prevalga e la dignità di ogni persona sia salvaguardata”.

“Chi può [rimuovere le cause strutturali della povertà] – si chiede l’arcivescovo Renna – se non la politica, anzi una buona politica?”. E aggiunge: “Non solo l’assenza di politiche, ma anche gli attentati al bene comune, provocano povertà che anno dopo anno diventano endemiche”. Per questo davanti ai problemi che assillano i nostri territori e davanti agli scandali di corruzione che le cronache ci riportano non possiamo rimanere inerti spettatori. Siamo chiamati a sporcarci le mani. A intervenire, creativamente, con un giudizio che nasce dalla nostra appartenenza alla Chiesa.

A proposito del caso di Paternò, il vicario foraneo e il clero della città sono scesi apertamente in campo indicando la “necessità di una partecipazione popolare e di un dibattito aperto sul futuro della città” per “costruire aggregazioni ampie e capaci di dialogo e confronto, per indicare proposte complessive”.

La carità, in altre parole, ci fa partire da un bisogno particolare: il pasto, la coperta, gli indumenti, il doposcuola per i bambini e da lì si allarga fino ad alimentare la creatività di chi è capace di creare reti di lavoro e risposte strutturate ai bisogni.

La vera svolta per superare la sfiducia popolare endemica verso la politica passa attraverso una iniziativa dal basso che invogli i cittadini a promuovere la cura del bene comune e a sperimentare tentativi di risposta ai bisogni. Gli esempi nel nostro territorio non mancano. Il più recente e significativo è il Cantiere per Catania che da alcuni anni ha avviato un processo di coinvolgimento di aggregazioni del terzo settore, sindacati, gruppi parrocchiali nella progettazione comune di risposte al territorio. Una per tutte: il Libro Verde per San Cristoforo che si sta preparando in un lungo percorso di ascolto che ha coinvolto più di 80 aggregazioni e che in varie riprese sta coinvolgendo gli abitanti del quartiere. Un metodo decisamente diverso da quello utilizzato dalla “vecchia politica”.

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