Padre Salvatore Resca è morto a 90 anni, lasciando un vuoto profondo nella comunità ecclesiale e civile di Catania. Le esequie saranno celebrate domani, 29 novembre, alle ore 16:00, nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, luogo in cui era stato a lungo un punto di riferimento, una guida capace di coniugare fede, cultura e impegno sociale. Negli ultimi anni aveva ricoperto il ruolo di viceparroco.

Nato a Messina nel 1935, con radici familiari tra Francofonte e Palermo, Resca aveva vissuto a Catania dagli anni Cinquanta. Dopo un’esperienza tra i salesiani, in cui aveva operato nei quartieri di San Cristoforo, Barriera del Bosco e Cibali era diventato prete diocesano per stabilirsi definitivamente nella Parrocchia Santi Pietro e Paolo in via Siena nel 1976.

Lì fonda CittàInsieme, il movimento di società civile nato nel 1987 con l’obiettivo di offrire alla città uno spazio di confronto e crescita culturale. L’iniziativa nacque in un periodo segnato da sfiducia e tensioni sociali, e coinvolse giovani, famiglie e cittadini desiderosi di contribuire al cambiamento. Non fu un movimento di protesta, ma una palestra di responsabilità civica, alimentata da incontri, letture condivise e dialoghi pubblici che miravano a rendere Catania una comunità più consapevole e coesa.

Padre Resca era stato negli anni una delle voci più ferme nel contrasto alla mafia e alla rassegnazione. Ogni 23 maggio, davanti al Tribunale di Catania, guidava un momento di memoria dedicato a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e agli agenti della scorta, per ricordare che legalità e giustizia non potevano essere parole vuote. Le sue denunce, sempre misurate ma dirette, avevano spesso toccato anche consuetudini consolidate quando queste apparivano incoerenti con il Vangelo o con il bene della città. Parlava con franchezza, e per questo veniva ascoltato anche da chi non frequentava la chiesa.

Accanto all’impegno civile, Resca aveva coltivato a lungo la passione per la musica. Da direttore del coro polifonico Imago Vocis, aveva trasformato un gruppo di semplici appassionati in una piccola comunità educativa, dove disciplina e cura della bellezza diventavano parte di un cammino pastorale. Per lui il coro non era un accessorio, ma un modo per crescere insieme.

La sua eredità resta nella città che ha servito per tutta la vita. Non appartiene solo ai fedeli che lo hanno incontrato, ma a tutti coloro che, anche indirettamente, hanno beneficiato del suo lavoro silenzioso. Resta nei percorsi di cittadinanza attiva che aveva contribuito a promuovere, nei gesti di memoria collettiva, nella volontà di educare attraverso il dialogo e la cultura.

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