Mercoledì 3 dicembre alle 18.00 nella Cattedrale di S. Agata Vergine e Martire di Catania verrà ricordato il decennale dalla morte di don Francesco Ventorino (1932-2015). La concelebrazione eucaristica sarà presieduta dal segretario generale della CEI, l’arcivescovo metropolita di Cagliari monsignor Giuseppe Baturi. A seguire le testimonianze del vescovo di Nicosia monsignor Giuseppe Schillaci, di G. P. (ospite del Centro di Solidarietà F.A.R.O. di Messina), del presidente della Fondazione Francesco Ventorino, avvocato Michele Scacciante e del presidente della Fraternità di CL, professor Davide Prosperi.
Proponiamo di seguito un ricordo di don Ventorino scritto per noi dal nipote sacerdote, don Pierluigi Banna, docente di Teologia Patristica alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale e di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Di Pierluigi Banna
Foto Condorelli
«Giovedì vieni a pranzo a casa mia». Il tono roco e impetuoso della voce di don Ciccio, scolpito nelle orecchie di molti, ancora oggi non mi permette di distinguere se quello era un invito o un ordine. Certo è che non si poteva rinunciare a quell’occasione. Lui stesso ci tenne a cucinare i calamari e la pasta con il loro sugo: lì incontrai “don Ciccio”.
Fino a quel giorno era stato lo “zio Ciccio”, fratello maggiore di mia madre, autorità morale indiscussa della famiglia e guida del movimento di CL: una persona da temere con sacro rispetto. Eppure, quel giorno incontrai un padre, interessato a me, giovane quindicenne, e al mio cammino con un bene “eccessivo”: certamente più grande di quanto riuscissi a volermene, ma anche più grande di quanto lui stesso fosse umanamente capace, perché è un bene che continua e si espande ancora, nonostante il distacco della morte.
Vorrei ricordare alcune caratteristiche di questo bene, perché si stagliano nella mia memoria come i punti irrinunciabili di un’autentica paternità nella fede.
Per don Ciccio tu eri già “grande”, anche se più piccolo di lui: calamitavi tutta la sua attenzione e il suo interesse. Questo voleva anche dire che poteva arrivare a porre domande impegnative e scomode. Con la sua irruenza vulcanica esplodeva in certe affermazioni che erano drammaticamente vere, ma che potevano essere faticose da portare. Così, dopo queste eruzioni, come “a muntagna”, restava in silenzio,anche per lungo tempo, lasciando tutto il tempo all’altro per capire, ritornare, persino contestare. La prova massima era che non si scandalizzava mai del comportamento di nessuno: se proprio non riusciva a riprendere con un sorriso, era addolorato fino alle lacrime, ma mai scandalizzato.
L’incontro con don Giussani
Ti sentivi così trattato da “grande”, non solo per questa attenzione personale, ma anche per come ti rendeva partecipe della sua vita. Ogni volta, fino agli ultimi giorni, raccontava di sé, dei suoi incontri, delle sue scoperte, delle sue intuizioni: non per esibizione di sé, ma per partecipazione all’altro. Su tutto dominava l’amore a Cristo («Per me vivere è Cristo», ha voluto scrivere nell’immaginetta del suo funerale), e l’incontro con don Giussani, che gli aveva “salvato” la vita. Potevi così scoprire che anche i tuoi piccoli problemi facevano parte di una storia più grande che aveva preso anche lui e, adesso, coinvolgeva anche te. In questo modo, non solo non rimandava a sé, ma attraverso di sé, cercava in tutti i modi di metterti in rapporto con la storia che rendeva grande la sua vita e adesso poteva fare grande anche la tua.
La grandezza a cui ti chiamava non veniva meno anche nei momenti di prova, sperimentata pure da lui fino all’ultimo per la sofferenza fisica. Mi ricordo di una frase che spesso gli sentii pronunciare: «Uno dei misteri più grandi è che la resurrezione passa attraverso la croce». In ogni momento di fatica, dovuto anche alla durezza e all’impazienza (tratti distintivi del suo carattere), affermava che non poteva non credere se non in un Dio crocifisso che, cioè, conosceva il dolore di quelle prove. A questo Dio, proprio nel momento della difficoltà, si poteva sempre chiedere e affidare tutto. Mi porterò per sempre il modo con cui negli ultimi giorni della sua vita pregava la Compieta ripetendo: «Nelle tue mani, Signore, affido il mio Spirito». A questa consegna ubbidiente ha corrisposto quanto ha scritto nel suo testamento: «perdono a tutti, chiedo perdono di tutto».
Un grande padre che ti introduce al grande Padre
Un grande padre, anche quando fisicamente ti lascia, non ti fa mai sentire orfano, perché ti introduce al grande Padre che ti fa istante per istante. Come ha ripetuto qualche giorno prima di morire: «Ci sarò più di prima». È nel momento del distacco che si scorge la grandezza di una paternità. La nostalgia per l’assenza fisica ogni volta è un varco alla gratitudine per quanto lui stia ancora generando come richiamo ideale per la vita di adesso: l’amore a Cristo, la fedeltà alla Chiesa, la passione per il carisma donato a don Giussani, l’attenzione a ogni singola persona, l’uso critico della ragione, la sfida della libertà e la via della carità. Dopo dieci anni, possiamo affermare che c’è più di prima, non per l’invadenza di un ricordo, ma per la ricchezza dei frutti nella vita di tante persone.
Aspetti profetici da riscoprire
Ci sono tanti aspetti della vita di don Ciccio, per certi versi profetici, che potrebbero essere ancora scoperti e raccontati. Penso a tutta la vita del movimento in Sicilia e in Italia, alla sua attività di studio e di docenza, ai rapporti internazionali soprattutto in Terra Santa, ai legami con alcuni intellettuali italiani e, non ultimo, a tutta la passione per la carità che ha trovato un culmine nel servizio al carcere di piazza Lanza.
Credo, però, che tutti questi aspetti, nati da circostanze molto concrete come l’incontro con alcuni studenti che chiedevano un’aula per fare il Raggio, sia possibile ritrovare i tratti di quella paternità in atto: guardare l’altro come qualcosa di grande, renderlo partecipe di una storia, sostenerlo nella prova, affidandolo sempre alle braccia del Padre.

Bellissimo articolo
Grazie don Ciccio, padre indimenticabile!
Che pace.
Ed è vero che la pace che lascia intravvedere è approssimativa su questa terra, ma ci fa desiderare ed affidare
Che pace.
Ed è vero che la pace che lascia intravvedere è approssimativa su questa terra, ma ci fa desiderare ed affidare
Ho conosciuto Don Ciccio tramite le sue omelie durante il pellegrinaggio in Terra Santa organizzato dal Metting nel gennaio 1994. Erano molto efficaci per introdotti al significato e alla decisivita di questi luoghi. Grazie Don Ciccio! Tu che hai amato tanto la Terra Santa, intercedi presso il Padre e presso l’Arcangelo Michele affinché converta il cuore dei governanti per donare pace ai palestinesi e agli israeliani.