Negli ultimi mesi la Sicilia ha vissuto l’ennesima stagione di forti chiaroscuri, tra l’emersione di vecchie logiche di potere e il consolidamento di realtà come il “Cantiere per Catania”, la rete “Assieme, per San Cristoforo” e l’Istituto di formazione S. Agata che sono laboratori di pensiero e azione che rimettono al centro la formazione e la partecipazione. Ne abbiamo parlato con il professore Agatino Cariola, Ordinario di diritto costituzionale nell’Università degli studi di Catania.

L’arcivescovo Renna, nei giorni scorsi, ha chiesto una maggiore selezione della classe politica. In che modo il mondo cattolico può agevolare questo passaggio? La Chiesa e le associazioni cattoliche hanno la forza (e il coraggio) di dire dei “no” preventivi a certi candidati che, seppur professandosi cattolici, emergono da situazioni opache?

La Chiesa è per definizione plurale, e ciò vale anche per il variegato mondo cattolico, le sue associazioni, ma anche i singoli cristiani che fanno politica, si candidano, o solo votano. Si tenga presente tutta la parabola della presenza di cattolici in politica, da quelli che le associazioni cattoliche hanno “prestato” alla politica già durante la Resistenza e poi all’indomani della Liberazione, a quelli che hanno fatto dell’attività politica la loro vocazione, a quelli – purtroppo pochi – che oggi testimoniano la loro fede nei partiti di appartenenza. Il professionismo in politica è un fatto costitutivo dello Stato moderno e ne va preso atto. La Chiesa come istituzione non può certo dare pagelle ai candidati o agli schieramenti partitici; può e deve formare. La scelta religiosa postconciliare è stata intesa talvolta come un ritiro dei cattolici dall’impegno politico, ad iniziare da quello della formazione civile. Non posso essere nostalgico perché non parlerei ai contemporanei di oggi, ma nei campetti di un oratorio si faceva un tempo esperienza di un gioco di squadra che poi si trasferiva alla cosa pubblica. Oggi occorre inventare spazi di formazione che diventano, poi, di impegno civile: mi immagino una parrocchia che si prende cura di un quartiere, dalla viabilità all’illuminazione. È il servizio più grande che ci chiede questo Paese. È così che si potrebbe combattere l’astensionismo (se nelle elezioni regionali vota meno del 40% dell’elettorato c’è da chiedersi se e come funziona la democrazia in Italia). Diventa anche naturale conoscere il territorio e le persone e diffidare, quindi, di chi si avvicina solo per la richiesta di consenso elettorale o mostra appartenenze sospette.   

Dalla protesta alla proposta: realtà come il “Cantiere per Catania” nascono per colmare un vuoto di idee ma anche di valori. Qual è il passo successivo? Come si trasforma l’elaborazione culturale di questi laboratori in azione amministrativa concreta?

La scommessa è sempre quella che dall’informazione e dalla formazione (l’assonanza è inevitabile) sorga l’impegno. Le antiche città greche vedevano l’agorà come luogo di riunione pubblica e quelle romane si costruivano attorno al foro. Habermas, da parte sua, già alcuni decenni addietro ha posto l’attenzione sulla crescita dello Stato moderno attorno l’elaborazione di opinioni pubbliche e gli americani parlano di “mercato delle idee”. In realtà, dietro ogni azione politica ci sta un progetto culturale. O almeno dovrebbe starci, perché altrimenti l’intera vita politica si ridurrebbe ad uno scontro di bande di ladri (e la citazione di Sant’Agostino è d’obbligo). Fare stare assieme la gente e costruire “luoghi di incontro” o, per dirla con le parole del Convegno di Trieste, “piazze” è già impegno politico. Nona caso iniziative come Cantiere per Catania con la discussione pubblica sui progetti amministrativi elaborati dal Comune suscitano attenzione e curiosità, al limite anche preoccupazioni in settori abituati a non dare conto di quanto fanno o solo timorosi che si creino altri interlocutori sociali. Se poi da questi luoghi emergessero “vocazioni” forti di presenza politica, vuol dire che il lavoro ha dato anche questo frutto. Faccio un esempio. Sono professore di diritto e se domani uno studente che segue le mie lezioni, magari si laurea con me, divenisse Presidente della Cassazione, vorrebbe dire che sono stato un buon allenatore. L’esempio intende mostrare che occorre muovere per l’appunto dalla formazione e che questa, poi, non deve essere solo teorica ma riguardare una situazione concreta: nel quartiere di San Cristoforo, simbolo della “catanesità”, c’è bisogno di scuole o di strade o di strutture sportive o di altro ancora. Certo, la risposta al disagio non può essere solo quella di polizia.

Le periferie al centro: Il progetto “Assieme, per San Cristoforo”, promosso dal Cantiere per Catania, parte da uno dei quartieri più difficili di Catania. È da qui, dalle periferie esistenziali e urbane, che deve ripartire la politica dei cattolici?

L’esempio fatto sul quartiere di San Cristoforo è emblematico del fatto che le marginalità, come quelle delle periferie, ma anche come tutti i disagi interpellano la responsabilità di ogni donna e di ogni uomo nei confronti di chi sta peggio. Ma i cattolici sono impegnati in tutti i contesti sociali, perché povertà sono ad ogni livello, ad iniziare da quella educativa e culturale. Talvolta si pensa che esistano città diverse, quella borghese e quella operaia, quella di chi possiede qualcosa e quella sottoproletaria. Poi ci si accorge che viviamo tutti nella stessa città e che le divisioni sono impossibili, che non ci sono confini tra gli uomini, e che anzi combattere le marginalità serve a tutti. Ripeto, però, che la città borghese non necessita di meno intervento rispetto alle altre: anzi, vi si avverte un vuoto di valori attorno il senso della coesistenza che si diffonde rapidamente in tutti i ceti. Almeno sotto il versante della comunicazione questo è veramente il mondo della globalizzazione che riduce tutti a clienti e consumatori. Il ruolo politico dei cattolici, d’altra parte, non può essere minimale e ridursi – per così dire – alla sistemazione di una piazza. Il cattolicesimo sociale è nato a livello municipale, ma si è pressoché da subito posto i problemi di governo statale e sovranazionale. Ciò fa parte della storia del movimento politico di ispirazione cristiana, più a fondo è espressione della dimensione universale della fede: non si è mai da soli.

C’è sempre il rischio che l’impegno dei cattolici venga confinato a temi “etici” o di pura testimonianza. Come si determina, invece, la presenza di un laico cristiano in grado di essere centrale nei processi di sviluppo del nostro territorio?

Si solleva un problema importante e, talvolta, sottovalutato. Si pensa spesso che l’impegno politico dei cattolici sia limitato alle questioni di inizio e fine vita e che si esprimano al riguardo solo posizioni personali che non potrebbero essere imposte a chi non crede o crede diversamente. Ritengo che in materia dovremmo essere capaci di usare argomenti e linguaggi universali che attengano alla persona in concreto ed alle sue relazioni. Poi, sono di non minore rilievo i temi della convivenza politica e sociale, ad iniziare dalla lotta alle diseguaglianze. Dopo Giovanni XXIII con il suo appello alla pace, Paolo VI ha posto il problema della distanza tra mondo sviluppato e Paesi sfruttati, che è il contesto dal quale sorgono i grandi flussi migratori che investono il pianeta. Papa Francesco ha esteso l’attenzione al problema ambientale, ad iniziare da quello del riscaldamento globale. Pensavamo di aver posto fine alle guerre ed, invece, esse si consumano accanto a noi. Ai cattolici di ogni appartenenza partitica si richiede di riflettere e di agire su questi temi che sono, poi, i temi della sopravvivenza del genere umano. Altro problema è costituito dalle trasformazioni che investono le istituzioni e dalla deriva autocratica di molti sistemi politici: seguendo Hobbes si è disponibili a barattare la libertà con la sicurezza o, più correttamente, con la mera promessa di sicurezza visto che le politiche prettamente identitarie non riescono affatto a garantire condizioni di ordine. E poi c’è il grosso tema della manipolazione dell’informazione, che ci riduce tutti a tifosi piuttosto che ad essere pensanti. Le democrazie per come sono state costruite anche sull’impronta del personalismo di radice cattolica presuppongono cittadini informati e liberi; il rischio è di ridurci a tifosi di un capo che decide per noi. Penso che i cattolici – tutti i cattolici – dovremmo prendere più sul serio il fatto che Dio ci ha affidato questo mondo da custodire e non da sfruttare, che ci reso responsabili gli uni nei confronti degli altri e ci dato in dono la libertà. Su questi temi si gioca il futuro e, per riprendere “A Diogneto”, ma anche don Milani, si scopre che non vi sono differenze tra i cattolici e gli altri essere umani in questo mondo che è l’unico che abbiamo.

In foto: il prof. Agatino Cariola, docente di diritto costituzionale a UniCt

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