Il Concilio Vaticano II ha evidenziato che essere laico significa essere chiesa, come ricordato in un precedente articolo. Ma qual è il modello del rapporto tra laici e clero che il Concilio ci ha consegnato? Per tanti secoli era prevalso un netto distacco tra gli uni e gli altri nella stessa esperienza quotidiana della vita ecclesiale, ovvero una chiusura in due sfere incomunicabili fra loro. A suo tempo, Rosmini, nelle Cinque piaghe della Santa Chiesa, aveva osservato che il clero, barricato in un «inaccessibile» e «ambizioso» isolamento, era degenerato «in un patriziato, divenuto una casta, sempre più lontana dalla comunità dei fedeli». Altro che Chiesa sinodale e pastori con l’odore delle pecore, come ha insegnato a sognare Papa Francesco! Paolo VI raccomandava: «Bisogna farsi fratelli degli uomini nell’atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri».
Il sacerdote, uomo del popolo
Ci sembra importante fare un accostamento tra la denuncia di Rosmini e il modello di presbitero, «uomo tra gli uomini», «fratello tra i fratelli», come delineato dal Concilio: «I Presbiteri vivono in mezzo agli altri uomini come fratelli in mezzo ai fratelli. Così infatti si comportò Gesù Nostro Signore» (Presbyterorum ordinis, n 3). E Papa Francesco commenta: «Un prete non può perdere le sue radici, resta sempre un uomo del popolo e della cultura che lo hanno generato. Noi sacerdoti non caliamo dall’alto…». Invece, il sacerdozio molte volte è stato considerato come uno status sociale privilegiato, con tutto ciò che ne consegue: privilegi, onori, titoli, stili di vita ecc. E, pertanto, usato come una sorta di ascensore sociale, che ha fatto dimenticare al presbitero le sue origini, a volte umili e povere, di famiglie di contadini o di operai. Don Mazzolarisi rammaricava nel vedere figli di poveri contadini “imborghesiti” e distaccati dal “sentire del popolo”, dopo gli anni di Seminario. Nessun tipo di appiattimento tra i membri del Popolo di Dio, ma nemmeno nessuna pretesa superiorità di alcuni (ministri ordinati) nei confronti degli altri. Papa Francesco nota: «La configurazione del sacerdote con Cristo Capo non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto». Pur essendo stati chiamati e «segregati in seno al Popolo di Dio», è ancora il Vaticano II, i presbiteri non devono rimanere «separati da questo stesso Popolo o da qualsiasi uomo», altrimenti non potrebbero realizzare la missione salvifica loro affidata. Pertanto, essi «sono tenuti a vivere in mezzo agli uomini» e non devono «estraniarsi» dai loro ambienti di vita per conoscerli meglio e così cercare di condurli a Cristo (vd. P.O. n. 3). Il prete isolato in un alone sacro-mondano, come potrebbe essere solidale con i drammi quotidiani della gente comune: la disoccupazione, la perdita del lavoro, la povertà, le crisi della famiglia? E papa Francesco: «il prete è sempre in mezzo agli altri uomini, non è un professionista della pastorale o dell’evangelizzazione, che arriva, fa ciò che deve, magari bene, ma come fosse un mestiere, e poi se ne va a vivere una vita separata». A sua volta, Rosmini contestava le tendenze liberal-borghesi del suo tempo, che propugnavano un’immagine di prete chiuso dentro «le mura materiali della Chiesa». «Si diventa preti per stare in mezzo alla gente, non per essere preti da salotto»ribadisce Francesco.
La creatività pastorale
Ma questo significa, fra l’altro, avere creatività pastorale per immaginare un’evangelizzazione negli ambienti in cui le persone vivono e lavorano. Siamo di fronte a un ideale di Chiesa in uscita, che deve incidere sulla formazione dei presbiteri che non sono amministratori, gestori, funzionari del sacro, ma padri, fratelli, compagni di cammino. Con queste riflessioni si intreccia la raccomandazione del Vaticano II sul forte spessore umano che deve contrassegnare la vita del presbitero, il quale deve coltivare alcune virtù umane fondamentali, quali «la bontà, la sincerità, la fermezza d’animo e la costanza, la continua cura per la giustizia, la gentilezza e tutte le altre virtù che raccomanda l’Apostolo Paolo» nella lettera ai Filippesi (P.O n.3). Per Don Primo Mazzolari sosteneva che era necessario che nel sacerdote risaltasse la sua autentica umanità: «Si cerca per la Chiesa un uomo, capace di vivere insieme agli altri, di lavorare insieme, di ridere insieme, di amare insieme, di sognare insieme”. Mons. Ancel, tra i vescovi protagonisti del Vaticano II, scriveva: “L’avvenire del Concilio è tra le mani dei sacerdoti in comunione con i vescovi e al servizio del popolo di Dio”. C’è nei presbiteri la consapevolezza di questa responsabilità?
Come sempre puntuali le parole di Piero Sapienza su temi di grande rilievo. In questo caso, richiamandosi al Concilio Vaticano II, ma anche a papa Francesco e don Primo Mazzolari, pone l’attenzione sulla Chiesa in uscita e sull ‘ impegno dei laici nell’ abbracciare le vite dei diseredati, degli abbandonati, dei poveri e delle persone lontane dal messaggio evangelico. Tuttavia, mi sembra importante rilevare che, a volte, i sacerdoti delegano troppo ai laici presenti in parrocchia, creando fra di loro delle gerarchie, che è necessario assolutamente evitare. Ma, per fortuna, si tratta di casi isolati. Utile l’ apporto di Sapienza al tema da lui trattato.
Eppure tutti sono alla ricerca di un padre!