L’8 dicembre 1965, in una piazza S. Pietro gremita da 2500 vescovi e un’immensa folla di laici, preti e religiosi, Paolo VI chiudeva solennemente il Concilio Ecumenico Vaticano II. La sua allocuzione del giorno prima riassumeva la “vitalità” dello spirito conciliare, che era stato attraversato da una corrente di simpatia verso l’uomo e il mondo. Il Papa sottolineava che il Concilio “aveva dato gloria a Dio”, in un tempo segnato da gravi problemi, quali ad esempio, la dimenticanza di Dio, l’autonomia assoluta dell’uomo, il laicismo, certe espressioni d’irrazionalità. Di fronte a queste problematiche “la Chiesa, ha cercato di conoscersi meglio, per meglio definirsi e disporre i suoi sentimenti ed i suoi precetti, per ritrovare in se stessa vivente ed operante, nello Spirito Santo, la parola di Cristo”. Ma ciò essa ha fatto animata dalla carità pastorale che l’ha indotta “allo studio del mondo moderno”. Di conseguenza ha avvertito “il bisogno di conoscere, avvicinare […] servire, evangelizzare la società circostante […]”, e addirittura “quasi di rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento”. Tanto vivo era l’interesse per superare lo steccato frapposto “fra la Chiesa e la civiltà profana” allo scopo di attuare la missione salvatrice.

La Chiesa vuole incontrare l’uomo di oggi

In definitiva, la Chiesa del Concilio si è occupata di se stessa per il suo rinnovamento ma con lo scopo ultimo di incontrare meglio l’uomo di oggi, con le sue mille sfaccettature, che è “l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d’ogni realtà […], l’uomo tragico dei suoi propri drammi, l’uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l’uomo infelice di sé, che ride e che piange; l’uomo versatile pronto a recitare qualsiasi parte, e l’uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa […] e l’uomo sacro per l’innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore; l’uomo individualista e l’uomo sociale; l’uomo «che loda il tempo passato» e l’uomo sognatore dell’avvenire; l’uomo peccatore e l’uomo santo; e così via”. Questa complessa e problematica condizione umana ha provocato i padri conciliari, che non si sono sottratti al dialogo: “L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Infatti, questa divergenza profonda non ha indotto la Chiesa allo scontro o a lanciare scomuniche, perché “l’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo”. E Paolo VI si rivolge a quegli umanisti moderni, che escludono la trascendenza, e li invita a riconoscere “il nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, siamo i cultori dell’uomo”.

“Per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo”

Pur ammettendo che l’uomo deve essere visto simultaneamente nella sua “miseria e grandezza”, il Concilio ha espresso, però, la sua fiducia nell’uomo. Infatti, per precisa scelta, “il suo atteggiamento è stato molto e volutamente ottimista”, non lanciando funesti presagi, “ma messaggi di fiducia verso il mondo contemporaneo”. Il Papa distingue, infatti, l’errore dall’errante, e chiarisce che carità e verità esigono che siano riprovati gli errori, ma alle persone siano offerti incoraggianti rimedi. In sintesi: “una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno”. Pertanto, il Concilio ha guardato con occhi amici l’uomo e ha dialogato con lui con “la voce facile ed amica della carità pastorale”, tanto che “la Chiesa si è quasi dichiarata l’ancella dell’umanità”. E tutto ciò non equivale a rinunciare in tutto o in parte all’essenza della fede cristiana, perché “il nostro umanesimo si fa cristianesimo, e il nostro cristianesimo si fateocentrico; tanto da dire: per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo”. Questa nuova prospettiva era cara a Rosmini, il quale scriveva: la scuola teologica partiva da Dio per arrivare all’uomo, io invece sono partito dall’uomo per arrivare a Dio. La forte impronta di apertura all’uomo, impressa dal Concilio alla Chiesa sta sbiadendo oggi? Se vogliamo davvero una Chiesa sinodale, capace di parlare all’uomo concreto di questo terzo millennio, allora vescovi, preti, diaconi, religiosi, laici dovrebbero rilanciare i punti fermi del Vaticano II per un nuovo umanesimo fraterno e solidale, premessa indispensabile per una pace “disarmata e disarmante”, come ripete Leone XIV.

Un commento su “Il Concilio e l’uomo moderno: l’eredità viva di Paolo VI

  1. Paolo VI ha rappresentato un punto fermo per il rinnovamento della Chiesa e le conclusioni del Concilio Vaticano II ne sono un’ ampia testimonianza. Il fatto che Piero Sapienza ne abbia messo in rilievo gli effetti è decisamente importante, soprattutto in un periodo in cui l’ uomo sembra aver perso se stesso, richiamandosi a quelle negatività che avevano caratterizzato la sua storia, ossia la ripresa di una mentalità violenta nella realtà individuale e collettiva. Le grandi aspettative del Concilio non si sono, purtroppo, realizzate del tutto e i papi che si sono succeduti hanno faticato non poco perché restasse vivo il messaggio conciliare, sia a livello ecclesiastico che laico. Dovremmo, oggi, riscoprire la visione dell’ uomo nuovo nel momento in cui abbiamo dimenticato il senso della vita sulla terra, diversamente ci avviamo drammaticamente verso l’autodistruzione, i cui prodromi stiamo già vedendo. Che le parole di Sapienza siano apportatrici di ricupero di valori.

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