di Francesco Inguanti

Chi ha vissuto a Catania il ventennio successivo al Concilio Ecumenico Vaticano II ricorda bene la vivacità e l’impegno sociale e cristiano espresso da tanta parte del mondo cattolico di allora, che si riverberava per altro in tutta la città. Per costoro il libro di Antonino Indelicato, “La mia chiesa ha una storia. La chiesa di Catania negli anni del post Concilio (1966-1988)”, il Pozzo di Giacobbe, è ben più di un ricordo, di un ritorno alle origini, ma un giudizio che interroga il presente, seppur a più di 50 anni di distanza.

Per coloro che però non hanno vissuto quegli anni, fosse solo per motivi di età, la fatica di Indelicato merita più di una attenzione perché aiuta a comprendere, la Chiesa di oggi, l’oggi più in generale, in cui tante delle intuizioni e delle scelte compiute allora trovano piena giustificazione e comprensione.

Papa Francesco, in occasione degli auguri natalizi ai Membri del Collegio Cardinalizio e della Curia romana, il 23 dicembre del 2021 ebbe a dire:Ricordare significa etimologicamente “riportare al cuore”, ri-cordare. La vitale memoria che abbiamo della Tradizione, delle radici, non è culto del passato, ma gesto interiore attraverso il quale riportiamo al cuore costantemente ciò che ci ha preceduti, ciò che ha attraversato la nostra storia, ciò che ci ha condotti fin qui. Ricordare non è ripetere, ma fare tesoro, ravvivare e, con gratitudine, lasciare che la forza dello Spirito Santo faccia ardere il nostro cuore, come ai primi discepoli (cfr. Lc 24,32)”.

E poi nella medesima circostanza aggiunse:”Ma affinché il ricordare non diventi una prigione del passato, abbiamo bisogno di un altro verbo: generare. L’umile – l’uomo umile, la donna umile – ha a cuore anche il futuro, non solo il passato, perché sa guardare avanti, sa guardare i germogli, con la memoria carica di gratitudine. L’umile genera, invita e spinge verso ciò che non si conosce. Invece il superbo ripete, si irrigidisce – la rigidità è una perversione, è una perversione attuale – e si chiude nella sua ripetizione, si sente sicuro di ciò che conosce e teme il nuovo perché non può controllarlo, se ne sente destabilizzato… perché ha perso la memoria”.

Merito dell’autore è che non si è limitato ad un buon lodevole reperimento di testi e testimonianze, ma che ha saputo fondere le tante fonti con la sua personale esperienza di quegli anni, dando uno spaccato di quelle vicende quanto mai attuale e appassionante.

Le storie di 5 comunità parrocchiali

Nino Indelicato ha ricostruito le storie di cinque comunità parrocchiali catanesi e precisamente: Santi Pietro e Paolo, Lineri, San Giuseppe al Pigno, Villaggio Sant’Agata, Crocifisso della Buona Morte. Lo ha fatto dando grande risalto ai protagonisti di tutte le storie: i sacerdoti/parroci che ne sono stati promotori e precisamente: don Giovanni Piro, don Nino Visalli, padre Concetto Greco, don Biagio Apa, padre Pippo Gliozzo e il popolo cristiano che hanno saputo generare ed educare in tutti quegli anni.

Ha fatto tutto ciò attingendo a un buon numero di fonti scritte e testimonianze del periodo, incastrandole con molte interviste fatte a quei giovani di allora, molti dei quali oggi nonni, i quali furono coinvolti in una presenza nella Chiesa e nella società catanesi che coinvolse tutta la loro vita, passando dallo studio al lavoro, dalla famiglia allo stare insieme. In molti casi vi furono giovani famiglie che decisero di lasciare il centro della città per andare a condividere situazioni di particolare degrado in quei quartieri.

Nel suo libro Indelicato fa rivivere quegli anni, senza nostalgia ma come utile opportunità per comprendere l’oggi, in cui molte di quelle istanze hanno trovato attuazione ed altre magari lo attendono ancora. Le storie raccontate vanno lette e apprezzate singolarmente, ma vi è un fil rouge che le accomuna tutte, anche se non rende del tutto ragione della loro originalità. Sono tutte storie di un pezzo di popolo cristiano del tempo che amò la Chiesa e le persone che via via incontrava, quasi sempre nelle periferie più abbandonate della città, anche sfidando uno stile di presenza ecclesiale scontato e superato, che proprio il Concilio volle mettere da parte. Tutto ciò portò ad un inevitabile confronto/scontro con coloro, sacerdoti e laici, che facevano fatica a comprendere come la storia si stesse evolvendo e come soprattutto la Chiesa dovesse percorrere vie nuove per raggiungere quelle “periferie” che dopo tanti anni papa Francesco ha indicato con assoluta chiarezza a tutta la Chiesa universale.

Indelicato ha raccolto tante interessanti storie di presenza sociale ed ecclesiale che hanno prodotto anche significative forme di espressione catechetiche e liturgiche, innovative per quel periodo che oggi fanno parte del patrimonio di tante parrocchie: incontri di riflessione settimanale con i fedeli per preparale le omelie della domenica, riunioni con i bambini per la preparazione alla prima comunione incentrate sulla conoscenza del Vangelo e della figura di Gesù Cristo piuttosto che su sussidi didattici, assemblee con gli adulti nelle case e nei condomini, preparazione al battesimo e al matrimonio con incontri diretti con genitori e fidanzati, abbandono di forme superate di pietà popolare come le processioni, momenti di convivenza durante l’anno o l’estate.

Vicende spesso dure e talvolta drammatiche, che portarono in alcuni casi a profonde incomprensioni, ma che oggi possono essere raccolte sotto il concetto di “profezia”.

Una domanda per l’oggi

I sacerdoti prima elencati, e i tanti altri che li sostennero nella loro opera di evangelizzazione, seppero guardare oltre l’orizzonte e provare a saltare l’ostacolo della scontentezza in cui tanta parte della Chiesa, non solo catanese, viveva in quegli anni. Molti dei sacerdoti citati hanno compiuto la loro parabola terrena, ma le storie che hanno generato e molte delle persone coinvolte testimoniano quanto preziosi siano stati quegli anni e quelle fatiche e come la Chiesa catanese di oggi a quei testimoni deve molto.

Nino Indelicato esplicita così il senso del suo lavoro: “L’intenzione che mi ha mosso, comunque, non è quella di raccontare queste vicende come se si trattasse di una forma di archeologia ecclesiale ma di capire se esse hanno ancora la capacità di porre, di far percepire una situazione di crisi sempre meno stagnante e sempre più evidente, di individuare dove stanno le linee di faglia e di cominciare a pensare a forme di articolazioni ecclesiali capaci di rispondere alle domande della società odierna”.

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