Non è semplice raccontare una vita che ha lasciato così tante tracce. La morte di don Salvatore Resca ha attraversato Catania come un dolore composto, ma profondo. A restituire il senso più autentico della sua eredità è il racconto di Mirko Viola, imprenditore sociale e segretario di CittàInsieme.
«L’ho incontrato per la prima volta in campeggio parrocchiale, sui monti della Sila. Un mese intero vivendo insieme, montando tutto da zero, dai servizi alla cucina. Arrivò con la sua fisarmonica e con un sorriso che accoglieva chiunque», racconta Mirko. Un sorriso che non era superficialità, ma scelta di vita. «Ti accoglieva senza secondi fini, solo per conoscerti davvero. E così, senza forzature, diventava una guida».
In quell’allegria c’era un metodo: capacità di analisi, lungimiranza e tenacia nell’azione. «Ci ha insegnato che il mestiere più difficile in assoluto è quello di cittadino», ripete Mirko. Una frase che non era uno slogan, ma una direzione concreta: impegnarsi senza piegarsi, partecipare senza delegare, scegliere senza paura.
Don Resca credeva in un Vangelo che si incarna nella storia. «Diceva che i valori non si impongono per legge, si testimoniano». E ancora: la carità non è mai disgiunta dalla denuncia delle ingiustizie, dal sostegno ai più deboli, dalla lotta al malaffare «con il dito puntato e la schiena sempre dritta». Una fede esigente, che non ha mai cercato consenso facile, e che per questo è stata anche pagata con l’incomprensione.
Ha scritto, predicato, formato coscienze. I suoi libri nascono da un’idea semplice e radicale: il Regno di Dio non è altrove, ma si costruisce nella vita quotidiana, nelle scelte civili, nella giustizia sociale. «Non era un uomo di partito – dice Mirko – ma un uomo della città. Mi ha aiutato a credere che anche a Catania il bene comune è possibile, ma solo insieme». Comunità, convivialità, dialogo: per don Resca persino il mangiare insieme aveva un valore politico e spirituale. Il giorno delle esequie, una folla sincera ha testimoniato quanto quel seme abbia già germogliato. «Un profeta», è stato detto. Al termine, la chiesa si è fatta voce unica quando tutti hanno intonato “La libertà” di Giorgio Gaber. Non un semplice omaggio ma una professione collettiva di fede civile. In quelle parole cantate insieme c’era tutto il suo insegnamento: la libertà come scelta responsabile, la politica come cura dell’altro, la partecipazione come atto d’amore verso la propria città. Resta la sua voce ma soprattutto restano uomini e donne che oggi sanno che essere cittadini è una vocazione.
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E’ stato il mio Professore di Musica alle scuole medie e io, adesso, sono Professore di Musica in pensione. Lo ricordo come una persona molto cordiale con i ragazzi. Sono molto dispiaciuto avrei voluto incontrarlo e salutarlo