Ci sono libri che aiutano il cuore a disporsi all’ascolto. Preludi di armonia di Romana Romano (Giuliano Ladolfi Editore, luglio 2025) l’ho riaperto in questi giorni di Avvento, quando la notte si fa più lunga e l’uomo torna ad attendere, in fondo al buio, la luce. Non è un caso che L’attesa, la prima poesia della raccolta, inizi proprio così:
“L’attesa / cifra del tempo / riempie l’occhio, / come la pioggia / feconda / la terra arida.”
Parole che sembrano parlare direttamente a questo tempo. Perché l’Avvento è un cammino verso una luce attesa. E Romano scrive da dentro questa postura, con una voce che conosce la fragilità e la domanda, e non teme di stare davanti al mistero. È la postura di chi sa che la vita vera non si consuma nell’immediatezza, ma nella tensione verso ciò che deve ancora accadere. Una postura inquieta, che non smette di domandare dentro l’attesa: “Chi chiede ragione / di quest’ora?”. Versi che, a tratti, richiamano gli interrogativi dell’ultimo Mario Luzi.
Nasce così una poesia che non cerca rime – non per scelta programmatica, ma per fedeltà a una voce che non ha bisogno di ornamenti. Una poesia “al di qua della rima”, come chi preferisce la verità al decoro e affida la costruzione altrove: nel verso essenziale che spesso fiorisce in un’unica parola, nelle strofe incastonate nel bianco della pagina, nei distici che sembrano passi cauti nella notte. Una poesia che procede per quadri, per strappi, per accostamenti solo in apparenza non consequenziali, come accade nella vita quando si attende davvero.
Lo si vede in La lepre e lo sguardo, dove fuga e memoria, tremore e fedeltà si rincorrono fino a un esito imprevedibile:
“Ricorda / alla pretenziosa ragione / lo sguardo / amorevole su di me. / Traccia / di presenza fedele / donata / ogni giorno in ogni passo.”
Ogni giorno, in ogni passo: è la dinamica dell’esperienza, non quella della retorica, ad accendere le poesie di Romano. Perché, come ricorda Davide Rondoni, “la poesia mette a fuoco la vita”. E quella di Romano brucia di esperienza vissuta, sempre dentro un’apertura che vede l’io poetico non come un io isolato, ma come un io fraterno, prossimo a tutti gli uomini, riconosciuto nell’impeto dell’accoglienza: “senza clamore / il compito di oggi / è offrire conforto / e speranza ai fratelli”.
Così la natura – alberi chiamati per nome, uccelli liberati da ogni alone lugubre – diventa interlocutrice, come nei Salmi, dove il creato intero partecipa al grido e alla lode dell’uomo.
“Prima che sorga l’alba vegliamo nell’attesa / tace il creato e canta nel silenzio il mistero”, recita un noto Inno che sembra rimandare ai versi di Romano. Perché il mistero, nella sua poesia, non è mai un abisso oscuro: canta nel silenzio dei suoi versi. È una presenza che perdona e sostiene.
Nessuna Natura matrigna, nessun fato cieco. Il male viene dall’uomo, e nell’uomo trova anche la via d’uscita grazie all’esperienza concreta di un’amicizia presente che non cancella il dolore, ma lo attraversa. Fino ad abbracciarlo. È qui che i versi diventano più urgenti: nella domanda se sia ancora possibile sperare. Non una speranza ingenua, ma quella che nasce nella crepa. In Precarietà leggiamo:
“Può rompersi / alla vita / nella crepa del dolore / o farsi, / nell’ombra / che annera, / fatica di sorriso / barlume di speranza / eco di un bene / ricevuto.”
Ed è questa eco di un bene ricevuto a risuonare lungo tutta la raccolta. La silloge si fa così essa stessa Avvento quando “nell’attesa / che invade l’anima / l’istante / germoglia / in tempo donato”. Perché non parla dell’armonia raggiunta, ma dei suoi preludi, dei suoi primi bagliori, con versi che chiedono di essere ascoltati come si ascoltano i Salmi: non per capirli, ma per lasciarsi cambiare. Convertire la direzione del viaggio, inseguendo il cammino che le poesie di Romano offrono, fatto di fragilità, domande, passi incerti e di “volti, / brandelli di affanni / arcano / incerto mattino. / Profumi, / respiri di bimbi / svelano / un mare di tenerezza.”
Volti amati, feriti, che chiedono di essere riconosciuti, come accade nei giorni dell’Avvento. Perché – continua l’Inno – “il nostro sguardo cerca / un Volto nella notte: / in cuore a Dio si innalza più puro il desiderio”. Preludio al compimento dell’Avvento, quando un’insospettabile sorpresa nella notte, un volto bambino, si lascia intravedere fino a illuminare il nostro. Allora tutto torna semplice, essenziale, come nei versi finali:
“Cresce il desiderio / cede l’azione. / Altri conduce / il ritmo e la danza / nutrendo l’attesa / silente del cuore”.
Cuore: non a caso, l’ultima parola della raccolta. Perché è lì, nel cuore che attende, che l’armonia di un Altro comincia a farsi strada.

Una lettura profonda e rispettosa, che ha saputo accompagnare il pubblico dentro l’essenzialità e la tensione dell’attesa che attraversano la raccolta.
Immagino un libro pieno di sentimento e profondo, così come l’autrice, in grado di emozionare e far riflettere.