Si svolgerà a Catania, il prossimo 31 dicembre, la 58ma Marcia della Pace organizzata a livello nazionale dalla Commissione Episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace, Azione Cattolica Italiana, Acli, Agesci, Caritas Italiana, Movimento dei Focolari Italia, Libera e Pax Christi Italia.
La marcia vera e propria sarà preceduta, già da giorno 30, da un Convegno preparatorio presso il Museo Diocesano.
Il tema di quest’anno sarà “La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante”, ed è stato illustrato dal vicario generale dell’Arcidiocesi di Catania, monsignor Vincenzo Branchina, durante la Conferenza Stampa che si è tenuta al Salone dei Vescovi il 17 dicembre.
Riportiamo di seguito l’intervento di monsignor Branchina.
«La Marcia della Pace nasce dal desiderio profondo di non rassegnarci alla logica della violenza, della guerra, della contrapposizione come unico linguaggio possibile tra i popoli, tra le comunità, persino tra le persone. In un tempo segnato da conflitti armati, da tensioni geopolitiche e da un clima sociale spesso attraversato da paura, aggressività e sfiducia, sentiamo il bisogno di alzare la voce, ma di farlo in modo pacifico, collettivo e credibile.
Lo scorso 5 dicembre è stata pubblicata la nota pastorale della Conferenza Episcopale Italiana, Educare a una pace disarmata e disarmante. Questo documento ci offre una chiave di lettura profonda e attuale per comprendere il senso di questa marcia. Non si tratta di un testo astratto o riservato agli addetti ai lavori, ma di una proposta che interpella tutti: credenti e non credenti, istituzioni, famiglie, mondo dell’informazione, scuola e associazionismo.
È innegabile che il problema che emerge nel nostro tempo non sia solo quello dei conflitti in Ucraina e a Gaza, o della cosiddetta “guerra mondiale a pezzi”, ma anche il fatto che queste guerre sembrano non scandalizzare più l’opinione pubblica e che, nel pensiero del cittadino medio, la strategia per affrontarle sia quella di prepararsi ad altri conflitti con la corsa agli armamenti.
È fondamentale contrastare questa mentalità, che emerge sempre più chiaramente.
Sappiamo che la pace non è semplicemente assenza di guerra, ma è un processo, un cammino, una responsabilità condivisa. La pace non cade dall’alto, non è quella che il più forte impone sul più debole (la pax Augusti), non è il risultato automatico di accordi politici o militari; è piuttosto il frutto di relazioni giuste, di parole responsabili, di scelte quotidiane che rifiutano la logica di considerare l’altro come un nemico.
Quando il documento parla di una pace disarmata e disarmante, utilizza due parole chiave, suggerite da papa Leone XIV, che vorrei brevemente sottolineare.
Disarmata, perché la pace autentica non può fondarsi sulla minaccia, sulla deterrenza o sull’accumulo di armi. Ogni arma in più non aumenta la sicurezza, ma accresce la possibilità dell’errore, dell’escalation e della distruzione. Educare alla pace significa allora educare al disarmo dei cuori prima ancora che degli arsenali: disarmare il linguaggio, disarmare le relazioni, disarmare le paure che ci portano a chiuderci e ad alzare muri.
Disarmante, perché la pace vera ha una forza che sorprende, spiazza, rompe gli schemi. È disarmante il gesto di chi sceglie il dialogo quando sarebbe più facile rispondere con la violenza. È disarmante la testimonianza di chi costruisce ponti invece di alimentare divisioni. È disarmante una comunità che decide di camminare insieme, pubblicamente, per dire che un altro modo di stare nel mondo è possibile.
La Marcia della Pace si colloca esattamente in questo orizzonte. Non è una manifestazione contro qualcuno, ma per qualcosa: per la dignità della persona, per la giustizia, per la convivenza tra i popoli, senza allarmismi, per esempio, sulla questione de tema dei migranti (rispetto al quale molte narrazioni diffuse si rivelano vere e proprie fake news se confrontate con i dati reali). Tutto questo per un futuro che non sia ostaggio della guerra permanente.
Camminare insieme è un gesto semplice, ma profondamente simbolico. E farlo in un giorno particolarmente significativo come il 31 dicembre significa affermare che la pace non si costruisce da soli, che nessuno si salva da solo, che il cammino è comune e che non ci arrendiamo ai venti di guerra. Sogniamo, in modo profetico, un mondo in cui possa regnare la pace.
In questo senso, la marcia è anche un atto educativo. Come sottolinea il documento della CEI, educare alla pace è oggi una delle urgenze più grandi, soprattutto per le giovani generazioni. Educare significa offrire esempi, creare esperienze, generare domande. La marcia diventa allora un laboratorio di cittadinanza attiva, un segno concreto che parla più di tante parole.
In questa prospettiva è importante il ruolo di voi giornalisti. Viviamo in un tempo in cui il linguaggio è spesso violento, semplificato e polarizzato. Anche l’informazione, talvolta, rischia di alimentare paure e contrapposizioni. Per questo la CEI invita a una comunicazione responsabile, capace di raccontare la complessità senza cedere alla propaganda o alla logica dello scontro.
Ed è per questo che oggi la vostra presenza, come operatori dell’informazione, è particolarmente importante. Raccontare la Marcia della Pace significa contribuire a diffondere una cultura diversa, significa dare spazio a un messaggio che non fa rumore, ma costruisce futuro.
La pace è strettamente legata alla giustizia sociale, alla tutela dei più fragili, alla cura del creato, all’accoglienza di chi è costretto a fuggire da guerre e povertà. Non possiamo parlare di pace senza interrogarci sugli stili di vita, sulle disuguaglianze, sulle responsabilità economiche e politiche che spesso stanno alla radice dei conflitti.
La Marcia della Pace vuole tenere insieme tutte queste dimensioni: il livello personale e quello collettivo, il locale e il globale, il presente e il futuro. Vuole essere un segno visibile di una comunità che non si rassegna, che sceglie la nonviolenza come strada esigente ma possibile.
Concludo con un auspicio, che è anche un impegno: che questa marcia non sia un evento isolato, ma un passo dentro un cammino più lungo; che le parole che oggi pronunciamo trovino continuità in gesti concreti, in scelte quotidiane, in politiche lungimiranti; e che ciascuno di noi, nel proprio ruolo, possa diventare artigiano di pace, come ci invita a fare il magistero della Chiesa e come ci sollecita la coscienza civile di questo tempo».