«La fiducia nei media è fragile e cresce il numero di persone che evitano le notizie perché non aiutano a orientarsi. In questo scenario l’informazione rischia di diventare rumore. La Fondazione nasce per provare a fare il contrario: costruire spazi di senso, in cui il racconto dei fatti torni a svolgere una funzione civile».
Le parole di Giorgio Romeo, presidente della neonata Fondazione Giornalismo Mediterraneo (presentata lo scorso 16 dicembre nei locali di Isola Catania), non sono solo una dichiarazione d’intenti, ma una diagnosi precisa della crisi che attraversa l’ecosistema informativo.
L’iniziativa emerge come una risposta strategica alla “desertificazione del senso”, un tentativo di presidiare il territorio del significato in un ecosistema eroso dalla sfiducia, dal crollo dei modelli di business e da un’evasione dalle notizie che rende il giornalismo irrilevante. È da Catania che prende forma questo progetto, non come un’idea astratta, ma come il consolidamento di un percorso radicato in anni di lavoro sul campo, un’architettura costruita su pilastri solidi.
Un percorso iniziato nel 2018, con il workshop “Il giornalismo che verrà”
La Fondazione, infatti, è l’evoluzione naturale di un cammino avviato nel 2018 dal Sicilian Post — giornale online di informazione “glocale” — con il Workshop “Il giornalismo che verrà”: un vero e proprio laboratorio che ha trasformato Catania in un polo nazionale per il futuro della professione, dimostrando la validità del modello. I numeri ne testimoniano l’impatto: oltre 200 borse di studio erogate e, dato ancora più significativo, circa il 65% degli iscritti provenienti da fuori regione, a riprova di una fame nazionale per questo nuovo approccio. A questo si è affiancata la 10 Points Unconference dello scorso giugno 2025, un consesso internazionale che ha riunito a Catania importanti professionisti del settore da dieci Paesi, per definire un manifesto sul futuro del giornalismo locale.
Questo percorso formativo ha presto rivelato una vocazione più profonda. Come spiega Giuseppe Di Fazio (co-fondatore, direttore di Prospettive, responsabile di Avvenire Catania e già caporedattore de La Sicilia): «Col tempo, ci siamo accorti che non stavamo solo formando nuove competenze, ma costruendo relazioni, sguardi condivisi e un dialogo continuo con il Mediterraneo». È da questa maturazione, dalla consapevolezza di aver iniziato a coltivare una comunità, che è emersa la necessità di dare al progetto una struttura più solida e permanente.

La nascita della Fondazione, un’importante “formalità”
L’evoluzione si è formalizzata, appunto, con la costituzione della Fondazione Giornalismo Mediterraneo, un ente non profit con sede a Catania. La sua filosofia è racchiusa in una metafora potente, evocata da Romeo e diventata il cuore del lavoro intellettuale del gruppo, tanto da dare il titolo a uno speciale editoriale del Sicilian Post: “Oasi / Deserti”. Un’oasi, precisa Romeo, non è un rifugio garantito o un’immagine rassicurante. È, al contrario, «una costruzione faticosa, spesso invisibile, che esiste solo se qualcuno se ne prende cura». Un presidio di senso in un tempo di deserti informativi e sociali, un luogo che richiede responsabilità collettiva.
Chi sono i fondatori
La composizione del team di fondatori riflette l’ecosistema multiforme che la Fondazione intende nutrire: unisce il rigore del fact-checking di Giovanni Zagni, vicepresidente e direttore di Pagella Politica e Facta, l’esperienza sul campo della reporter catanese Laura Silvia Battaglia, specializzata in aree di conflitto, la leadership editoriale di Annalisa Monfreda, fondatrice di Rame ed ex direttrice di Donna Moderna, e di Guido Tiberga, già caporedattore centrale de La Stampa, e le profonde radici locali di Di Fazio e Romeo.
È una squadra costruita non solo per insegnare il giornalismo, ma per incarnarne i più alti standard.
L’obiettivo non è semplicemente produrre buone storie, ma creare le condizioni sistemiche affinché un giornalismo di qualità possa prosperare. Un approccio che il vicepresidente Zagni sintetizza con efficacia: «Non basta raccontare bene le storie, servono competenze, strumenti e metodi condivisi, capaci di trasformare esperienze isolate in un patrimonio comune». È una sfida che richiede un impegno di lungo periodo, in netta controtendenza rispetto al ciclo frenetico dell’informazione contemporanea. In questa scelta risiede il senso più profondo del progetto, come sottolinea Guido Tiberga: «In una fase in cui il giornalismo è spesso schiacciato sull’urgenza e sull’emergenza, scegliere di investire in formazione, comunità e responsabilità pubblica significa prendersi il tempo necessario per fare bene questo mestiere e per restituirgli credibilità». Significa, in altre parole, costruire deliberatamente un’oasi, con pazienza e cura, rifiutando i fugaci miraggi del giornalismo clickbait.