La seconda giornata del convegno “Per una pace disarmata e disarmante”, svoltasi nella mattinata del 31 dicembre al Museo Diocesano di Catania, ha spostato il baricentro dalla denuncia all’assunzione di responsabilità, interrogando il ruolo delle comunità, dell’educazione e delle scelte sociali nella costruzione della pace.

Ad aprire i lavori sono stati Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione Cattolica, e Valeria Macca, delegata regionale Azione Cattolica della Sicilia.

Entrambi hanno richiamato l’immagine delle comunità come “case della pace”: luoghi in cui disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, la giustizia e la corresponsabilità. In un tempo segnato da polarizzazioni, concentrazione dei poteri e cultura bellicistica, la pace – hanno sottolineato – non è un’utopia, ma un imperativo etico che prende forma nell’artigianato quotidiano delle relazioni, nella sinodalità e nella cura reciproca.

Educare alla pace

Il tema dell’educazione ha attraversato gran parte degli interventi. Francesco Scoppola e Graziana Messina (Agesci) hanno insistito sul dovere pedagogico delle associazioni nel formare giovani capaci di uno sguardo lungo, contrastando la banalizzazione del linguaggio violento e restituendo valore a parole come obiezione di coscienza, servizio civile, perseveranza. La pace, in questa prospettiva, non è solo un contenuto educativo, ma uno stile di vita che diventa criterio di scelta personale e professionale.

Una economia disarmata

Uno sguardo strutturale è arrivato dal contributo di Carlo Cefaloni e Maria Bencivenni del Movimento dei Focolari, che hanno posto al centro il tema dell’economia disarmata e della riconversione industriale. Parlare di pace oggi – è stato ribadito – significa interrogare il modello di sviluppo e assumersi una responsabilità pubblica sulle scelte economiche e produttive, perché la guerra non è mai estranea ai sistemi finanziari e industriali che la sostengono.

Sul rapporto tra lavoro e pace è intervenuto anche Ignazio Maugeri, per le ACLI, sottolineando come «parlare di pace oggi significa assumersi una responsabilità pubblica. Non basta invocarla come valore astratto o come auspicio morale: la pace interroga concretamente le nostre scelte economiche, industriali, politiche».

Particolarmente incisivo l’intervento di don Pasquale Cotugno, responsabile nazionale di Caritas Italiana per l’animazione e la formazione, che ha offerto una riflessione lucida e autocritica sul ruolo delle comunità. La pace, ha affermato, non può restare patrimonio degli “addetti ai lavori”: occorre migliorare la capacità di comunicare ciò che si fa e ciò in cui si crede, imparare a contaminarsi, uscire dai recinti. Le comunità sono chiamate a diventare luoghi reali di pace e convivenza, non per slogan, ma attraverso processi formativi capaci di tradurre la nonviolenza, la giustizia sociale e la difesa dei diritti in pratiche quotidiane. In un contesto in cui il linguaggio dell’odio e della violenza è sempre più normalizzato, educare alla pace significa anche contrastare le povertà vecchie e nuove, perché sono sempre i più fragili a pagare il prezzo dei conflitti.

In questa prospettiva si inserisce anche la posizione ufficiale di Pax Christi, rappresentata durante i lavori da don Renato Sacco e Adriana Salafia che ribadiscono uno sguardo alla non violenza che non può diventare un discorso inflazionato.

A dare il sigillo etico e politico alla mattinata è stato l’intervento conclusivo di don Luigi Ciotti, che ha richiamato con forza il legame inscindibile tra pace, verità e giustizia. La pace – ha sottolineato – non può essere separata dalla lotta contro le disuguaglianze, dalla difesa dei diritti e dalla responsabilità collettiva verso i più vulnerabili.  Non basta invocarla come valore astratto: occorre tradurla in scelte concrete, capaci di incidere sulle cause profonde della violenza, che sono sociali, economiche e culturali. Un appello netto a non rassegnarsi all’impotenza e a non accettare la normalizzazione della guerra come destino inevitabile, ma a custodire la pace come processo esigente di giustizia e liberazione.

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