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Lasciare tutto al quinto anno di ingegneria non è una scelta che si compie per noia, ma per una sete di senso che nessuna formula può colmare. Monsignor Vincenzo Branchina, oggi Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Catania, ha vissuto la giovinezza negli anni Settanta, attraversando quella tipica fase di allontanamento dalla Chiesa che spesso segna l’adolescenza. Nonostante un iter universitario brillante, nel 1983 è emersa una crisi esistenziale profonda: «Qual è il senso della vita? Perché vivere, perché studiare?». La risposta ha iniziato a delinearsi attraverso l’esperienza nel Cammino Neocatecumenale e un momento spartiacque: il raduno mondiale dei giovani a Roma nel 1984 con Papa Giovanni Paolo II. In quell’incontro, Branchina racconta di aver «percepito la possibilità di dare una svolta alla mia vita», iniziando a chiedersi se il suo scopo non fosse qualcosa di diverso dal formare una famiglia. La svolta è stata netta: «Ho preso una decisione drastica, ho scelto di abbandonare l’università nonostante fossi già al quinto anno di ingegneria… ho iniziato il seminario».

Il Vangelo nelle periferie e a Bicocca

Ordinato sacerdote il 2 gennaio 1990, il suo ministero si è snodato tra lo studio della liturgia e il contatto viscerale con le realtà marginali. Il vescovo lo ha inviato come viceparroco e poi parroco in zone come il Fortino e San Leone, quartieri catanesi descritti come «problematici, ma di grande esperienza umanitaria e pastorale». Un’altra tappa fondamentale è stata la cappellania nel carcere di Bicocca, un impatto inizialmente difficile che ha però ribaltato i suoi schemi mentali: «Dall’interno si vede la vita da un’altra prospettiva. E si cambia anche il modo di giudicare questi fratelli». Dopo anni passati a stretto contatto con le storie delle persone, da circa un anno ricopre il ruolo di Vicario Generale, un servizio che definisce faticoso ma prezioso per accompagnare la diocesi con uno sguardo d’insieme.

Essere compagni di viaggio nelle ferite del mondo

Guardando al cammino percorso, ciò che Monsignor Branchina custodisce non è il prestigio dell’incarico, ma l’essenza del servizio. Con il passare degli anni, è giunto alla consapevolezza che «poco importa il luogo dove sei, il servizio che svolgi; perché appunto è un servizio», poiché l’unico obiettivo reale è «essere cristiano insieme ad altri fratelli e camminare verso il cielo». La sua visione attuale del sacerdozio è intrisa di empatia per l’uomo contemporaneo, che spesso si sente smarrito in un caos di luci fittizie. Per Branchina, la missione non è imporre precetti, ma offrire una presenza: «Quello che in fondo l’uomo di oggi cerca è gustare la presenza di Dio, che qualcuno ci stia accanto e che ci faccia davvero sentire amati, capiti, compresi». Nonostante un ministero che lo vede «sballottato da un posto all’altro» tra celebrazioni e drammi familiari, la sua pace risiede nella capacità di «entrare nelle ferite delle persone, nella storia concreta», portando la certezza che Dio abita proprio quelle piaghe.

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