Intervista ad Antonio Zuccarello, responsabile delle attività culturali della Fondazione.

In un tempo in cui tutto scorre veloce e l’immagine sembra consumarsi prima ancora di essere compresa, il teatro diventa il luogo in cui lo sguardo può finalmente sostare, riconoscere, lasciarsi interrogare. La Fondazione Francesco Ventorino in collaborazione con il Centro Culturale di Catania propone quest’anno la seconda stagione della rassegna teatrale VIVOTEATRO, intitolata “Il tuo volto come una profezia”: un invito a riscoprire, attraverso il volto dell’altro, la profondità dell’incontro umano.
Al teatro “Nuovo Sipario Blu” (Largo Ventorino 2, Catania) si apre un percorso fatto di storie, memorie, coraggio e desideri: quattro spettacoli che, ciascuno a suo modo, mettono al centro il mistero del volto che è annuncio, richiamo, promessa.
Ne parliamo con Antonio Zuccarello, responsabile delle attività culturali della Fondazione, che ci accompagna dentro le ragioni e le attese di questa nuova edizione.

Il titolo della rassegna richiama il volto come rivelazione e responsabilità. Come ha orientato la scelta degli spettacoli del 2026 e quale esperienza desiderate offrire al pubblico?

Il titolo della rassegna nasce da un’espressione di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov:
“Il suo volto è stato per me come una memoria e una profezia”.
Il tema del volto mi affascina da sempre. Non esiste un volto uguale a un altro: ogni persona ha il suo volto, ed è suo, soltanto suo, irripetibile. Cambia con il passare degli anni e dice di noi. Il volto è nostro, ma allo stesso tempo ci apre agli altri: è un ponte verso gli altri.
L’idea di porre il volto al centro della rassegna è maturata rileggendo un brano di Cristo con gli alpini, il diario della ritirata di Russia scritto da don Carlo Gnocchi, testo a cui si ispira Ritorneranno, uno degli spettacoli in cartellone. È un libro che Mario Rigoni Stern definì “sacro” e che considero un documento prezioso, soprattutto per i giovani.
Don Gnocchi scrive di un suo alpino, ferito grave e già vicino alla morte:

“Senza parlare mi guardò. I suoi occhi erano colmi di dolore e di pietà, di volontà decisa e di dolcezza infantile. Al fondo vi tremava, attenuandosi, la luce di visioni beate e lontane. Come di un bimbo che si addormenta a poco a poco. Quel volto chiaro e virile dell’alpino, sotto la cornice scura dei capelli scomposti e con l’ornamento così conveniente della barba incolta, diceva un dolore così vergine e forte, una dignità così umile e regale, una domanda tanto discreta di compassione e di aiuto, che ne provai improvviso il brivido gaudioso e lancinante della Veronica, quando vide prodigiosamente fiorire il volto di Cristo, sul lino bianco e spiegato.
Da quel giorno, la memoria esatta dell’irrevocabile incontro mi guidò d’istinto a scoprire i segni caratteristici del Cristo sotto la maschera essenziale profonda di ogni uomo percosso e denudato dal dolore”.

Don Gnocchi racconta il volto di un suo alpino morente: uno sguardo colmo di dolore e di pietà, di volontà e di dolcezza, che gli fece provare “il brivido gaudioso e lancinante della Veronica”. Da quel momento – scrive – iniziò a riconoscere i tratti del Cristo in ogni uomo ferito e denudato dal dolore. Quel volto chiedeva: “non abbandonarmi”, “non lasciarmi morire solo”. Era la visibilità del cuore, la presenza viva dell’altro che domanda alleanza.

Quanti volti ha incontrato don Gnocchi nella ritirata, mentre benediceva i moribondi o raccoglieva le loro foto per portarle alle famiglie. E quanti volti, nella follia della guerra, hanno incontrato il suo. E quanti volti ha incontrato Giorgio Perlasca, fingendosi console nella Budapest del 1944-45, mentre salvava in silenzio oltre cinquemila ebrei. E ancora: il volto del custode Angelo in Condominio mon amour, o la richiesta reciproca di alleanza tra Maria e Tonino in Fino alle stelle, mentre inseguono il loro sogno di felicità.
Purtroppo, molti dei temi evocati dagli spettacoli sono tornati drammaticamente attuali: l’antisemitismo, che credevamo sepolto dalla Shoah, riaffiora con violenza; la guerra torna a incombere con il suo carico di distruzione e dolore.

Ma parla al nostro tempo anche il sogno audace dei protagonisti di Fino alle stelle, che nella Sicilia del dopoguerra partono senza nulla, fidandosi del desiderio del loro cuore.
E parla al presente la verve ironica di Giacomo Poretti e Daniela Cristofori in Condominio mon amour, che mette in scena la confusione del mondo del lavoro, dove l’automatizzazione sembra prevalere sulla cura dei volti, quella cura che il vecchio portinaio continua invece a custodire.

Perché, accanto alle opere educative e sociali della Fondazione, ritenete fondamentale investire anche nella cultura e in una rassegna teatrale come VIVOTEATRO?

La cultura ci interessa in quanto dimensione abituale del vivere che appartiene a tutti. È il modo con cui guardiamo, giudichiamo e valutiamo la realtà.
Si può farlo seguendo la cosiddetta intellighenzia, o lasciandosi guidare da rapper e influencer. Oppure – ed è ciò che ci sta più a cuore – si può partire dalle esigenze originarie che ci costituiscono: verità, giustizia, felicità. Dal privilegiare questa posizione nasce anche la nostra proposta teatrale, che prova a sottrarsi all’omologante conformismo relativista oggi dominante. Vogliamo restituire al teatro la sua natura più autentica: un luogo in cui l’umano trova piena e libera rappresentazione.

Sabato 17 gennaio alle 20:30 “Perlasca. Il coraggio di dire no” aprirà la stagione teatrale 2026. Perché avete scelto lo spettacolo di Alessandro Albertin come apertura della rassegna e quale messaggio pensate possa offrire oggi al pubblico?

Perlasca è un uomo che ha risposto al volto dell’altro. Ha visto la domanda di aiuto, la richiesta di vita, e ha detto “no” al male, assumendosi un rischio enorme.
La sua storia è un appello alla responsabilità personale, alla possibilità di scegliere il bene anche quando tutto intorno sembra crollare.
Aprire la rassegna con questo spettacolo significa ricordare che ogni volto è un appello, e che la libertà dell’uomo si gioca sempre nell’incontro con l’altro.
È un messaggio urgente, soprattutto oggi, in un tempo in cui la dignità umana è spesso minacciata, dimenticata o ridotta a slogan.

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