Abbiamo incontrato padre Antonino La Manna, che ci ha raccontato il suo cammino di fede e di ministero.

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La prima immagine è luminosa e insieme spaventosa. Un fercolo che avanza nella notte, una folla compatta, il Cristo alla colonna che sembra travolgere tutto, con i capelli veri che ne accentuano il realismo.
«Io mi stringevo a mia mamma, ero spaventato. Era come se questa massa enorme luminosa ti passasse addosso. Avevo paura, sì. Ma quella paura piano piano è diventata curiosità, poi interesse. Non capivo perché Gesù soffrisse, però volevo sapere tutto».

Padre Antonino La Manna, per tutti don Nino, fa iniziare da qui il racconto della sua vocazione. Prima ancora c’era stata la nonna Maruzza, di Bronte.
«Era lei che mi raccontava la Passione del Signore. Me la raccontava sempre allo stesso modo, insistendo sul dolore, su Gesù che soffre. Non edulcorava niente. Io la tormentavo perché me la raccontasse ancora. Fino a sfinirla».

Quelle storie, ascoltate di continuo, hanno inciso più di qualsiasi spiegazione.
«Non era curiosità. Era fame. Una fame che io allora non sapevo nemmeno chiamare».

In una Adrano dove la devozione al Cristo alla colonna attraversa la vita del paese da secoli, la processione del Giovedì Santo è stata una soglia. Un’esperienza che ha lasciato un segno, prima ancora di diventare una scelta consapevole.

«L’adolescenza è stata una distanza. Come per tanti. La cresima, poi l’allontanamento. Sembrava che quella storia non avesse più niente da dire alla mia vita».

La svolta arriva nell’estate del 1981. Tredici anni, una sera qualunque.
«Padre Sant’Angelo mi fermò mentre scendevo in piazza e mi disse: “Vieni alla riunione”. Non era una domanda. Io dissi sì solo perché mi vergognavo a dire di no. Ma da quella sera non me ne sono più andato. È cominciato tutto lì».

Accanto a quella guida saggia, che lo accompagna per anni, un altro legame decisivo è quello con Giovambattista Zappalà, compagno di studi all’istituto per geometri. «Ci siamo sostenuti a vicenda. Quando uno tentennava, l’altro reggeva. Avevamo la stessa inquietudine, la stessa chiamata nel cuore».

Nel luglio del 1986 si presentano insieme in seminario. «Eravamo diciottenni. Con la cravatta annodata male e il cuore che batteva nelle orecchie». Monsignor Picchinenna li accoglie con una cordialità che resta. «Era un vescovo umile, paterno. Si ricordava di te, dei tuoi genitori, della tua storia. Ti faceva sentire custodito, mai giudicato».

Gli anni della formazione si dividono tra Catania e Roma. «Cinque anni di seminario qui, poi Roma. Al collegio Leoniano». Gli studi al Pontificio Istituto Biblico segnano profondamente il suo cammino.
«Lì ho imparato ad amare la Scrittura. Ma soprattutto a lasciarmi interrogare da essa. Non sei tu che studi la Parola: è la Parola che studia te, che ti mette a nudo».

Dopo l’ordinazione presbiterale ricevuta nel 1992 dall’allora arcivescovo Luigi Bommarito, rientra a Catania nel 1998. «Mi affidarono la pastorale giovanile. Otto anni intensissimi. I giovani non fanno sconti: o sei vero o ti sgamano subito. E questo, alla fine, ti salva».

Nel 2001 arriva l’oratorio del Rosario di Adrano, uno dei più importanti della Diocesi. Diciotto anni. Poi la parrocchia di San Pietro. «Essere parroco dove sei stato figlio è destabilizzante. Ogni angolo ti ricorda chi eri. E ogni giorno ti chiede se sei all’altezza di quello che stai diventando. Non puoi nasconderti».

Nel 2019 viene chiamato a guidare il Seminario Arcivescovile.
«Sono stati anni difficili, gli anni del Covid. Gente spaventata. Ragazzi chiusi nelle stanze. Paura di uscire, paura di scegliere. Bisognava dire con forza che seguire il Signore non è una fuga, ma una responsabilità. Che la sequela ha un prezzo, sempre».

Dal 2022 il ministero cambia ancora direzione: don Nino La Manna diventa direttore per la pastorale della cultura. Dialogo con l’università, ricerca sul culto di Sant’Agata.
«Oggi parlano tutti. Chiunque ha un microfono dice la sua su Sant’Agata, spesso senza competenza. Noi abbiamo cercato di opporci alla mancanza di serietà, con lo studio e con i documenti». Il lavoro dell’équipe porta anche a risultati importanti, come il rientro a Catania dell’epigrafe di Iulia Florentina del 320 d.C., custodita al Louvre e oggi in deposito permanente al Museo Diocesano.
«Ridare dignità storica alla fede significa custodirla. Altrimenti resta folklore. E il folklore, alla lunga, svuota tutto».

Il filo che tiene insieme tutto resta uno solo. «Non siamo narratori di un morto. Siamo testimoni di un Vivente». È una frase che dice senza alzare la voce. «Se manca la preghiera, se manca la relazione con Lui, possiamo fare processioni, convegni, libri. Ma stiamo raccontando favole».

Quando parla della Chiesa di oggi, rifiuta il disfattismo. «Il mondo ha ancora bisogno della Chiesa. Lo dimostra il fatto che continua ad ascoltarla, anche quando non condivide tutto».

Alla fine resta un augurio semplice, affidato quasi sottovoce: «Se dovessi augurare una cosa sola, direi questo: innamorarsi di Cristo. Perché quando quell’amore resta vivo, anche le ferite diventano strada».

4 commenti su “«Non siamo narratori di un morto»: la storia di un sacerdote innamorato di Cristo

  1. “Quando si è innamorati di Cristo anche le ferite diventano strada”: questo è padre Nino. Un uomo innamorato di Gesù e per questo ne parla con gli occhi, il sorriso e il cuore pieni d’amore. Le sue lezioni al S.Paolo, non meno le passeggiate nei corridoi, diventano momenti di grande spiritualità. Padre Nino è amore per Dio e dunque è amore per l’altro. È una Grazia essere stata sua alunna

  2. Grazie padre Nino per quello che fai…e per quello che sei . Per noi sei una grazia ….speriamo di ascoltare ancora qualche tua catechesi , per noi si stato un dono. Spero che il Signore ti assista nella salute .Ti abbraccio e ti voglio bene . Sabino.

  3. Mi viene spontaneo lasciare un commento.Quando padre Nino La Manna è venuto a San Pietro io frequentavo già da un po’ di anni.Ho conosciuto padre Nino La Manna diciamo ragazzo.Io ho avuto un’esperienza simile con padre Antonino Santangelo che mi ha invitato a San Pietro un giorno che mi ha incontrato per strada e così ho frequentato San Pietro e ancora sono qui.Quante esperienze fatte in parrocchia e a Brucoli per i ritiri di una settimana.A queste persone che ho conosciuto e a padre Nino La Manna ho voluto sempre bene.Ricordo una riunione del gruppo famiglia a San Pietro dove padre Nino La Manna mi ha detto detto trovare il senso alla parola pioggia.Non sono riuscito perché pensavo alla pioggia come fenomeno atmosferico.Invece lui poi mi ha spiegato:”Come la pioggia e la neve scendono giù dal cielo e non vi ritornano senza irrigare e fare germogliare la terra..”Ancora oggi queste parole sono una mia direzione di vita cristiana.Devo ringraziare padre Nino La Manna per avermi regalato questa frase.Delfio Coco Adrano

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