Mettiamo che Trump voglia Taormina. Una mattina si sveglia e scopre di essersi invaghito della Perla dello Ionio. Immediatamente, poiché lui è uno che non perde tempo, pubblica un post su Truth, il suo social personale: «Taormina sarà a stelle e strisce, con le buone o con le cattive». E chi lo ferma? D’altra parte, Trump ci ricorda a ogni piè sospinto che preferisce fare accordi, ma tiene l’opzione militare sempre sul tavolo. E noi sappiamo che, se gli servissero le maniere forti per l’operazione-Taormina, Sigonella è piuttosto vicina.

Fantapolitica? Scenario ipotetico dell’irrealtà? Certamente. Ma giusto per capire: nel caso (ipotetico dell’irrealtà), come reagiremmo? A occhio e croce, una quota non piccola di taorminesi, di siciliani, di italiani, sarebbe ben contenta di avere un’enclave Usa – governata con il rigore law and order – incastonata nel monte Tauro. Un’altra quota non piccola, sempre a occhio e croce, si adeguerebbe molto presto, malvolentieri ma non troppo, perché non c’è nulla da fare contro l’«uomo più potente della Terra». Poi ci sarebbe l’immancabile manipolo di sfaccendati devastatori, che scenderebbero in piazza da qualche parte a spaccare vetrine e incendiare cassonetti, ma loro non contano tranne che nella conta dei danni. Restano tutti gli altri, pochi o molti che siano, quelli che credono ancora in alcune regole di etica planetaria: che i confini legittimi sono inviolabili, che la sovranità è (laicamente) sacra, che siamo nel terzo millennio e non ci si comporta come nei tempi bui delle conquiste territoriali armi alla mano.

Ma questi altri – quelli che «Taormina non si tocca!» – quali strumenti potrebbero utilizzare contro le voglie di Trump? Il diritto internazionale? E chi mai potrebbe farlo applicare? L’Onu è un mastodonte impastoiato, ormai superato dalla storia e praticamente inutile: se anche tentasse di approvare una semplice risoluzione, il veto degli Stati Uniti la bloccherebbe.

Quanto all’Unione Europea, di sicuro dopo varie discussioni tra i 27 Stati membri partorirebbe un documento di compromesso con cui protesterebbe fermamente ma educatamente; inoltre fingerebbe di credere che le mire del capo della Casa Bianca sulla nostra Perla derivino da comprensibili – se non condivisibili – ragioni di sicurezza strategica, e magari si direbbe pronta, come per la Groenlandia, a spendere un bel po’ di euro per contribuire a sorvegliare che Russia e Cina non estendano la loro influenza su Taormina. Per lo stesso motivo Londra e Parigi si direbbero pronte a inviare un contingente (simbolico) di truppe a presidiare i tornanti fra la baia di Isola Bella e Castelmola. Ma nient’altro. La Nato, da parte sua, non saprebbe cosa fare e si domanderebbe cosa ci sta a fare, anche qui come per la Groenlandia, trattandosi di un potenziale contenzioso fra Paesi che fanno parte entrambi dell’Alleanza. E quanto a Roma, alla politica italiana, chissà: c’è storicamente un fronte anti-Amerika a prescindere (col kappa spregiativo e chiunque sia il presidente), però adesso c’è anche una folta schiera di ammiratori di Trump.

Il quale Trump, sia chiaro, non ha nessuna intenzione di prendersi Taormina. Per ora. Per fortuna.

da Avvenire Catania del 18/01/2026

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