di Marco Oddo

Per capire chi sia stata Agata bisogna spogliarla dalle luci della festa e riportarla alla sua verità di donna. Mercoledì 21 Gennaio 2026, la Cattedrale di Catania ha ospitato il secondo incontro di catechesi per il IX Centenario della traslazione delle reliquie. Accanto all’arcivescovo Luigi Renna, la Professoressa Arianna Rotondo, Docente di Storia del Cristianesimo all’Università di Catania, ha tracciato il profilo di una testiomonianza che non è una leggenda, ma storia di libertà.

L’Arcivescovo ha chiesto attenzione immediata: «A volte rischiamo di rendere tutto una bella favola che inizia con un “c’era una volta”. No, non “c’era una volta”». Agata è una figura del 251 d.C. che ha vissuto la discriminazione di una legge che negava il diritto più alto: la libertà religiosa.

La scelta del “no”

La Prof.ssa Rotondo ha riportato il pubblico nel cuore di quella sfida. L’imperatore Decio cercava apostati: firme di fedeltà agli dei in cambio della vita. Agata scelse la coerenza interiore, trasformando il rifiuto in una «testimonianza di cittadinanza attiva e consapevole». Non fu testardaggine, ma la scelta di non negoziare la propria dignità di fronte a un potere iniquo.

Il corpo come frumento

Citando Sant’Agostino, la Rotondo ha chiarito: «”Non la pena, ma la causa fa il martire”. Non conta come si muore, ma perché». Per spiegare la forza di Agata nel dolore, è stata evocata la metafora del frumento: il suo corpo è grano che deve essere lavorato per farsi dono. «”Non può il frumento essere conservato nel granaio se prima il guscio non viene con forza stritolato”, recitano i racconti del martirio. Come il grano si macina per farsi pane, quel sacrificio diventa nutrimento per l’intera comunità».

Una coscienza sociale

Questa storia rivela la sua forza quando il martirio smette di essere un fatto privato. Nel racconto, quando un terremoto scuote il tribunale durante la tortura, accade l’imprevedibile: «Entrano in scena i cittadini di Catania, che accorrono al tribunale e creano un tumulto contro gli strazi subiti dalla giovane». Il dolore di una donna risveglia una coscienza sociale. La città capisce che l’ingiustizia fatta a lei è la rovina di tutti.

L’eredità di Mons. Zito

In chiusura, la docente ha affidato il senso del IX Centenario a un pensiero di monsignor Gaetano Zito: «Agata non va guardata in maniera oleografica solo due volte l’anno. È un modello che va mangiato e digerito quotidianamente. Sono convinto che la devozione agatina possa sorgere ancora a vero modello civile».

Questa dignità è il fulcro del cammino giubilare. Mercoledì 28 Gennaio, ore 19.30 in Cattedrale, Don Pierluigi Banna, Docente di Patristica alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, chiuderà il ciclo spiegando come quel martirio sia oggi vitale per la crescita della Chiesa.

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