Cosa significa oggi, per una comunità di fedeli, riscoprire le radici documentali di un culto che sfida i millenni? È da questo interrogativo, volto a coniugare fede e rigore scientifico, che ha preso le mosse il convegno internazionale di studi “Dall’oblio alla rifondazione. Il culto di Agata nel Medioevo”, svoltosi il 22 e 23 gennaio 2026 presso il Museo Diocesano di Catania. In occasione del 900esimo anniversario del rientro delle reliquie dall’Oriente (1126-2026), diversi studiosi si sono confrontati su quel “ponte” che unisce la testimonianza dei martiri alla storia della città.
Agata testimone di fede
Come sottolineato da Donatella Aprile (già Soprintendente per i Beni Culturali di Catania) nel presentare il volume degli atti del precedente convegno riguardante i martiri Agata, Euplo e Lucia, curato dalla prof.ssa Cristina Soraci (docente di Storia Romana presso l’Università di Catania), la storia di Agata è quella di una «vittima di violenze e prevaricazioni». La notizia che più ha colpito gli studiosi riguarda l’iconografia tradizionale: le fonti più antiche, infatti, si concentrano sul supplizio dei carboni ardenti. «Non si parlava della tortura delle mammelle», ha spiegato la Aprile, evidenziando come tale particolare sia stato probabilmente introdotto in seguito, influenzato da tradizioni orientali. Questa precisazione non toglie nulla al sacrificio della Santa, ma ne restituisce la caratura di figura storica reale, il cui corpo di donna «resisteva alle torture più di quello degli uomini», ergendosi a simbolo di invitta fermezza cristiana.
Il valore della storia per il credente
L’Arcivescovo Luigi Renna ha aperto i lavori richiamando l’importanza di uno studio serio e documentato: «Una corretta sensibilità storica aiuta ciascuno di noi ad avere un senso della misura e della realtà per come essa è e non per come se la immagina». Secondo Renna, riscoprire il Medioevo catanese non è solo un esercizio accademico, ma un modo per evitare «disincarnate astrazioni» e comprendere come la Provvidenza abbia operato nella storia della Chiesa locale. Sulla stessa scia, don Gianluca Belfiore (docente dello Studio Teologico San Paolo) ha ricordato che «chi non conosce la propria storia non può orientarsi verso il futuro».
La “Rifondazione”: Agata cuore della Chiesa latina
Il convegno ha approfondito il cruciale periodo normanno, descritto come una vera “rifondazione”. Il prof. Orazio Condorelli (ordinario di Diritto Canonico all’Università di Catania) ha illustrato come il Conte Ruggero I, su mandato di Papa Urbano II, abbia posto l’istituzione della Diocesi e dell’Abbazia proprio «sotto il segno, sotto il nome di Sant’Agata» nel 1091. Non fu solo un atto politico, ma il ristabilimento della Chiesa latina dopo secoli di dominazione musulmana, un processo in cui il culto agatino divenne la «cifra di una cristianizzazione» capace di unire diverse eredità culturali.
In questo clima di rinascita, l’architettura giocò un ruolo fondamentale. Il Prof. Tancredi Bella (docente di Storia dell’Arte Medievale Unict) ha descritto la Cattedrale normanna come una «cattedrale-fortezza», un fulcro della nuova coscienza civica costruito in tempi rapidissimi per stabilizzare la città.
Liturgia e devozione popolare
Un aspetto affascinante è stato trattato dal prof. Salvatore Magri (docente di Liturgia presso lo Studio Teologico San Paolo), il quale ha analizzato come l’espressione del culto si sia evoluta nel tempo. Se inizialmente la liturgia era strettamente legata al mistero pasquale, col tempo si è fatta strada una «concezione magico-sacrale e protettrice per i bisogni materiali», vedendo in Agata la custode contro le eruzioni e le calamità. Anche il celebre velo, che secondo il prof. Carmelo Crimi (ordinario di Letteratura Cristiana Antica) già nell’821 veniva celebrato da Metodio per aver arrestato l’Etna, potrebbe avere legami con la cultura anglo-normanna. Giulia Arcidiacono ha infatti ipotizzato che il termine «wimple» (il velo di seta) sia giunto in Sicilia con i Normanni, segno di una devozione che si arricchiva di nuovi influssi europei.
Numerosi sono gli spunti emersi dal convegno. Come auspicato dall’Arcivescovo Renna, la pubblicazione degli atti servirà a favorire una «divulgazione sempre più appropriata che riguardi le scuole e le nostre comunità». Riscoprire la Sant’Agata del Medioevo significa, in fondo, ritrovare quell’identità che fa di Catania un esempio di resistenza e rinascita spirituale.