Due cittadini americani inermi uccisi in tre settimane da agenti ICE/Border Patrol: Renée Good (37 anni, madre di tre figli) colpita in auto il 7 gennaio, Alex Pretti (infermiere ICU, 37 anni) crivellato da almeno 10 colpi il 24 gennaio mentre filmava con il telefono – non un’arma, come mostrano video e testimoni. E un bambino di 5 anni, Liam Conejo Ramos, strappato al padre all’uscita della scuola materna e trasferito con lui in un centro di detenzione in Texas. È da questi fatti – sangue, madri terrorizzate, un bimbo usato come esca – che a Minneapolis-Saint Paul molti datano il punto di non ritorno.
Joseph vive qui da sempre. Dice che l’ultima escalation è avvenuta pochi giorni fa, ma che in realtà nulla è arrivato all’improvviso. «È stato un accumulo», spiega. Venerdì, nel centro di Minneapolis, oltre 50 mila persone sono scese in strada per protestare contro le deportazioni e le operazioni degli agenti federali. La temperatura era di –23 gradi. Il freddo non ha fermato nessuno.
Quello stesso giorno, un’altra protesta prendeva forma. Non guidata da gruppi politici, ma da sacerdoti, pastori e ministri di diverse confessioni cristiane. Erano lì per opporsi pubblicamente alle deportazioni di massa. Erano più del previsto. A molti è stato chiesto di allontanarsi.
Non lo hanno fatto. Si sono inginocchiati sull’asfalto. Sono stati arrestati.
«Sono andati via pacificamente – racconta Joseph – volevano che il gesto fosse chiaro». Una presa di posizione morale, non uno scontro. Per molti, quello è stato il segnale che qualcosa stava cambiando anche nel modo in cui le comunità religiose sceglievano di esporsi.
Il giorno successivo, sabato, il dramma. Un manifestante che stava documentando con il telefono le operazioni dell’ICE è stato ucciso. Dieci colpi. Il secondo omicidio in poche settimane. Le autorità hanno parlato di terrorismo, sostenendo che l’uomo fosse armato. I video, diffusi da più angolazioni, mostrano una dinamica diversa.
«Tutto questo – dice Joseph – è stato il punto di non ritorno. Troppe linee sono state superate. Troppe bugie».
Oggi l’atmosfera a Minneapolis–Saint Paul è tesa, segnata da un senso diffuso di tristezza. Le proteste continuano, così come le operazioni dell’ICE. Sempre più cittadini cercano di essere presenti dove avvengono i rastrellamenti per filmare e documentare quanto accade. Nei giorni scorsi, anche alcuni operatori dell’informazione internazionale, tra cui troupe Rai, sono stati fermati e intimiditi durante il loro lavoro.
La paura ha modificato la vita quotidiana. «Molti bambini restano a casa da scuola. Famiglie immigrate, anche in regola, evitano di uscire per lavorare o fare la spesa. Alcuni ristoranti hanno chiuso perché i dipendenti non si presentano più. Altri lavoratori sono stati portati via direttamente dal posto di lavoro».
In alcune scuole superiori, racconta Joseph, «l’ICE è intervenuta con gas lacrimogeni e tattiche intimidatorie contro studenti e insegnanti», episodi che hanno ulteriormente aumentato il clima di allarme.
Accanto a tutto questo, però, si è attivata una rete di solidarietà. Vicini che consegnano cibo alle famiglie bloccate in casa. Volontari che presidiano le scuole, anche al gelo, per cercare di proteggere i bambini. Comunità che provano a reggere insieme. «Ma molti – aggiunge – si chiedono se esista davvero qualcosa che possa fermare questo caos».
Joseph dice di non temere per sé. «Non ho il colore di pelle che l’ICE prende di mira», afferma, con una lucidità che non nasconde l’amarezza. Ma ha paura per i suoi vicini e per la città. Lui, la moglie Karen e i loro figli hanno partecipato a proteste anche in passato. «Non è difficile immaginare – dice – che uno di noi avrebbe potuto trovarsi al posto delle persone uccise».
Quando prova a individuare il momento in cui “qualcosa si è rotto” negli Stati Uniti, Joseph torna indietro. Al primo mandato di Donald Trump. All’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2020, quando i sostenitori del presidente tentarono di ribaltare l’esito delle elezioni. Alla sua rielezione nel 2024. E poi alle grazie concesse a chi aveva partecipato a quell’assalto, compresi coloro che avevano aggredito agenti di polizia causando morti.
«Il messaggio è stato chiaro – dice – se sei dalla parte giusta, puoi usare la violenza». Oggi, aggiunge, quella logica «si vede nelle strade». L’ICE, nella sua percezione, «agisce come una polizia politica».
A colpirlo è anche il silenzio delle istituzioni. Un Congresso che non interviene, nonostante Trump abbia progressivamente usurpato competenze su dazi, politica estera e uso della forza. Una Corte Suprema che appare sempre meno incline a porre limiti alle azioni incostituzionali. «Ora – osserva – il Congresso è pronto a finanziare ulteriormente l’ICE, costruendo di fatto un enorme esercito interno».
Eppure, qualche segnale di reazione esiste. Le critiche arrivate dall’Europa. Le prese di distanza di alcuni repubblicani dopo gli ultimi omicidi. «Forse – dice Joseph – è stato davvero superato un limite».
Il legame con l’Italia non è astratto. I nonni di Joseph erano nati a Oliveri, vicino Messina, parte della grande emigrazione italiana del primo Novecento. Anche i nonni di Karen erano italiani. Negli anni, attraverso relazioni personali e familiari, la Sicilia è diventata una meta stabile, un luogo dove trascorrere lunghi periodi dell’anno. «Abbiamo amici, abbiamo condiviso nascite e lutti. Ci sentiamo parte della comunità».
Joseph non parla di una fuga, né dice di voler rinunciare all’America. Ha tre figlie, fratelli, sorelle, affetti profondi negli Stati Uniti. Ma pensare a una casa in Sicilia lo rassicura: un luogo dove poter vivere parte dell’anno. «Non credo che siamo ancora al punto di dover cercare rifugio – ammette – spero che non si arrivi lì». Sapere che esiste un’alternativa, però, «è confortante».
I valori che oggi sente più a rischio sono quelli della convivenza civile: la possibilità di avere disaccordi senza diventare nemici, il rispetto per la scienza, i fatti, la verità, l’accoglienza verso chi viene da altri Paesi. «Abbiamo smesso di voler essere parte del mondo – dice – e abbiamo iniziato a costruire muri».
Ciò che gli dà speranza, nonostante tutto, è lo spirito di comunità che vede intorno a sé. E l’immagine di quei sacerdoti inginocchiati sull’asfalto, arrestati senza opporre resistenza.
Alla comunità siciliana che segue con apprensione quanto accade, Joseph manda un messaggio semplice: «Amo le vostre città, le strade, le persone, il calore umano. Grazie per la solidarietà, per averci fatto sentire che non siamo soli. Torneremo».

Joseph e Karen, testimoni diretti di quanto accade in Minnesota