C’è un momento, nei giorni di Sant’Agata, in cui Catania smette di raccontarsi e comincia a mostrarsi. Non serve conoscere la storia, né decifrare i riti: basta stare lì, guardare, lasciarsi attraversare. In mezzo alla folla che preme in piazza Duomo, tra il fumo dei fuochi d’artificio e il grido ritmato «Cittadini, semu tutti devoti tutti?», don Alessandro Biancalani – prete di una diocesi toscana tra le Apuane e il mare – si ferma a osservare. Non è un turista incuriosito, né un cronista in cerca di titoli.

Sacerdote e direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali della diocesi di Massa Carrara-Pontremoli, attraversa la festa con la postura di chi sa che i segni parlano prima delle parole. E che solo entrando dentro una realtà, senza fretta e senza pregiudizi, è possibile coglierne il senso più vero. Consumando la suola delle scarpe, per capire e raccontare.

«Penso che il giornalista debba sempre essere animato da una vera curiosità», afferma, chiarendo subito lo sguardo con cui si accosta alla festa. Per Biancalani l’incontro con Sant’Agata è l’occasione per lasciarsi interrogare: «Nel momento in cui una persona trova qualcosa che è davvero diverso dalla propria esperienza, può incontrare una realtà che la fa riflettere – dice don Alessandro – vedere una fede vissuta in un modo diverso da quello a cui si è abituati è uno stimolo ed è estremamente interessante».

Il sacerdote, per l’occasione in scarpe e abbigliamento comodo, cammina tra i devoti, si mescola a loro, osserva le rughe, le espressioni, i volti. «Identità e attaccamento qui, soprattutto alla festa religiosa, si vedono, sono palpabili». È una fede che non ha bisogno di essere spiegata, immediata, quasi incarnata. E tuttavia Biancalani non si ferma alla superficie: «Poi – continua – è nella vita quotidiana, nel cammino che la Chiesa ci fa compiere, che si capisce quanto tutto questo sia davvero concreto». La festa, per lui, resta una soglia: intensa, ma non autosufficiente.

A colpirlo maggiormente è la convivenza di appartenenze diverse che si stringono attorno alla santa patrona. «C’è un’appartenenza prettamente religiosa, c’è un’appartenenza popolare, c’è un’appartenenza rionale». Identità che, spesso qui a Catania, restano legate più al quartiere che alla città nel suo insieme, ma che per una volta trovano un punto comune e si riconoscono come cittadini: «C’è qualcosa che non c’è bisogno di spiegare, che unisce realtà molto diverse fra di loro… in Sant’Agata vedono qualcosa che li unisce, non che li divide».

Alla domanda su come questa festa possa essere letta da chi proviene dal Nord Italia, con contesti e tradizioni differenti, la risposta resta aperta, lontana da ogni giudizio: «Dipende dalla persona. Se uno pensa che il proprio modo di celebrare la fede sia l’unico e il migliore, è chiaro che avrà soltanto giudizi negativi. Se invece si vuole lasciar sorprendere da modalità diverse, può essere un momento di ripensamento, di riscoperta».

Biancalani coglie anche la presenza dei giovani. Volti, gesti, scelte che raccontano una partecipazione tutt’altro che scontata. «Avevo già visto qualcosa e quindi, in parte, me lo aspettavo. Ma l’atteggiamento più bello che mi porto con me è la gioia: vedere che la fede, con modalità magari diverse da quelle che si immaginano, riesce ancora a parlare alle nuove generazioni è sicuramente un segno di speranza».

Da direttore diocesano, riconosce nella festa di Sant’Agata una straordinaria macchina comunicativa, un’occasione per coinvolgere l’intera città. «Ho visto che c’è una squadra che lavora sulla comunicazione, ed è un segnale positivo. Da soli si può fare poco, insieme si può fare moltissimo». Il criterio, per lui, resta limpido: «La comunicazione deve raccontare qualcosa che è reale, non qualcosa che si alimenta da sé. E perché sia reale, serve una rete. Questa rete l’ho vista, ed è di buon livello professionale».

Tra le immagini che porta con sé tornando nella sua diocesi, una si impone su tutte: «Sicuramente il pranzo con i poveri e le autorità è un segno molto bello. Noi abbiamo San Francesco come festa diocesana. Potrebbe essere qualcosa da portare e da produrre, anche se in forma limitata, cercando elementi simbolici dove tutti sono in festa e tutti sono coinvolti».

Nel suo passaggio a Catania, don Alessandro Biancalani incontra una fede che non si spiega: unisce, rende partecipi e, per qualche giorno, fa sentire concittadini di Agata.

Foto di Alessandro Biancalini e Gabriele Condorelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *