Catania non corre. Avanza lentamente, trattenendo il respiro, mentre il fercolo attraversa il cuore barocco e i quartieri storici. È il 5 febbraio, giorno del giro interno: la festa entra nel suo punto più denso, quello in cui fede, storia e popolo si tengono insieme senza mediazioni.

La devozione che accompagna Sant’Agata parla al mondo. Non ci sono ancora stime ufficiali, ma piazza Duomo, piazza Università e l’intera via Etnea sono colme di persone e devoti. La festa si conferma così la terza celebrazione cristiana per affluenza a livello globale, dopo la Settimana Santa di Siviglia e il Corpus Domini di Cuzco. Un primato che trova oggi anche un riconoscimento istituzionale e internazionale: l’iscrizione nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia e l’iter avviato per il riconoscimento come Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco.

In Cattedrale, il Solenne Pontificale è presieduto dal cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei Vescovi. La sua omelia entra subito nel cuore della festa e ruota attorno a una parola decisiva: libertà. «La libertà è il valore più importante che abbiamo; è il punto di partenza di tutti i nostri diritti», afferma, richiamando una libertà oggi spesso fragile e fraintesa. «Abbiamo finito per confondere la libertà con il fare ciò che ci piace. Ma senza limiti non cresciamo: ci perdiamo».

Sant’Agata emerge così come figura sorprendentemente attuale. Nel dialogo con il proconsole Quinziano, la martire rivendica la propria dignità, e Grech ne evidenzia la forza: «Una libertà che non vuole nessun legame è una libertà vuota. La vera libertà è quella che sa scegliere un legame buono e restarvi fedele». È una libertà che prende forma, che costruisce, che non arretra davanti alla prova.

Accanto al cardinale Grech, il Pontificale vede la presenza di numerosi vescovi provenienti dalla Sicilia e da altre Chiese. Concelebrano, tra gli altri, il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo emerito di Palermo, il cardinale Anders Arborelius, vescovo di Stoccolma, e diversi presuli delle diocesi siciliane. Tra loro anche mons. Luigi Roberto Cona, nunzio apostolico in El Salvador, originario di Niscemi, che si unisce alla preghiera per la sua città, duramente colpita dalla frana dei giorni scorsi. Un pensiero che attraversa la celebrazione e lega la festa di Sant’Agata alle ferite vive del territorio, ricordando che la devozione non è mai estranea alla sofferenza concreta delle comunità.

Alle 17, il busto reliquiario viene collocato sul fercolo d’argento, la Vara. Il grido si alza compatto: «Cittadini, semu tutti devoti tutti?». La risposta è immediata: «Certo, certo». Migliaia di devoti in sacco bianco afferrano i lunghi cordoni e iniziano il cammino. La processione diventa corpo unico, movimento condiviso di una intera comunità.

Nell’omelia, Grech richiama anche le minacce che oggi svuotano la libertà: la paura, il controllo silenzioso, la manipolazione. «Ci portano a spasso per il naso. Tirano i fili e noi seguiamo», afferma, indicando come la paura diventi strumento di dominio. Sant’Agata, invece, resta salda. «La paura è l’inizio di ogni forma di schiavitù», ricorda il cardinale, mostrando nella martire una donna capace di guardare oltre la sofferenza e oltre la morte.

Il giro interno è il banco di prova più intenso. La salita di via Sangiuliano, resa insidiosa dall’umidità dell’Acqua della notte, viene affrontata non di corsa ma a passo lento, tra silenzi improvvisi e applausi liberatori. Il Canto delle monache benedettine ferma il tempo e restituisce alla folla un ascolto profondo, quasi necessario. Quest’anno a leggere il messaggio è la Priora delle Benedettine superiora, suor Maria Cecilia.

La processione, osserva ancora Grech — che si dice impressionato dall’immensità della folla — non è anonimato né rifugio nella massa. «Camminiamo come Popolo di Dio, dove nessuno è spettatore e nessuno è ai margini».

Il rientro in Cattedrale avviene intorno alle 13:00 del 6 febbraio, dopo un lunghissimo percorso segnato da ritmi lentissimi. Non è stanchezza, ma fedeltà. È il tempo scelto di una città che non accelera, che sceglie di restare il più possibile accanto ad Agata.

Alla fine, la devozione vince su tutto. Sul tempo, sulla fatica, sulla folla. Sant’Agata continua a tenere insieme Catania, ricordando — come afferma il cardinale Grech — che «libertà e speranza camminano insieme» e che una città che spera, anche quando avanza lentamente, non arretra mai.

Foto di Gabriele Condorelli

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