È già sera quando il cordone si tende lungo via Plebiscito. La pioggia va e viene, come una benedizione sul popolo di Catania. Oltre le luminarie, da La Vetere spunta un volto tra la folla, un punto di luce a cui guardare. Tutti.
Cittadini tutti devoti tutti. Il grido sale, caldo. È un respiro che corre incontro a lei, alla grande attesa. E mentre si tira con una mano al cordone e l’altra al rosario, la preghiera più semplice si fa strada tra il fiato e la cera. A febbraio, ogni anno, è sempre come la prima volta.
In quel tratto dove la strada s’incurva e i fumi delle carbonelle si alzano più densi, anche se lo spazio si stringe attorno ai devoti, il ritmo della processione non rallenta. E lo zainetto degli Amici del Rosario, pieno di coroncine, si svuota in pochi minuti.
C’è bisogno di pregare. Perché c’è bisogno.
Col rosario tra i devoti
Ognuno porta la propria intenzione dal fondo del petto allo sguardo di Agata, che cammina tra la sua gente. E dentro quell’avanzare stretto, passo dopo passo, si incontrano tutte le generazioni: i nonni che avanzano piano, i genitori che stringono il cordone con mani sicure, i figli che imitano il gesto, piccoli passi dentro un’eredità più grande di loro. È lo spettacolo di un popolo che si raccoglie attorno alla Santuzza e si riconosce. Uno spettacolo raro per il mondo di oggi.
Un fatto che vive da secoli nei volti che, sotto la scuzzetta, portano scritta una storia. Ciascuno la sua. Volti che guardano un unico volto mentre i grani scorrono tra dita bagnate, e ogni Ave Maria diventa un ponte, un filo che tiene insieme chi condivide il bisogno di sperare. E di ringraziare.
Così, dentro il cordone, devoti tra i devoti, gli Amici del Rosario da oltre trent’anni camminano insieme come un respiro lieto e mendicante, uomini e donne pronti a riaccendere la preghiera quando il passo si fa stanco, a offrire un rosario come si offre un riparo. Pronti a vivere ancora una volta, insieme ai fratelli devoti, il dono dell’ascolto e la letizia di tirare il cordone, pregare e cantare col sorriso di Agata stampato nel cuore. Una presenza discreta che accompagna dentro la processione e si lascia accompagnare, ricordando che il cordone non è soltanto devozione personale ma un’esperienza di fraternità: un’amicizia che prega.
Così dopo anni c’è chi ha messo il sacco per voto e per servizio, chi ha imparato a pregare il Padre Nostro, chi ha riscoperto il silenzio del mendicare. C’è chi, dopo anni, tornerà a seguire la Messa, chi si avvicinerà nuovamente all’esperienza del perdono nella Riconciliazione. E c’è chi racconterà ancora una volta di piccoli miracoli quotidiani: un rosario donato, una preghiera fiduciosa, una grazia inattesa per un bambino.
Segni semplici, profondi. Segni che restano mentre la pioggia cade ancora, leggera, e si continua a tirare il cordone, con la città affacciata al balcone dello stupore, a guardare lo spettacolo di questa grande amicizia in cammino. Quel camminare stretti l’uno all’altro, dove si intuisce che, in fondo, nessuno è lì per caso. Perché “la processione di Sant’Agata che attraversa le strade della città è un segno forte del nostro camminare insieme”, come riconosciuto con meraviglia dal cardinale Grech durante l’omelia del Pontificale, un luogo dove “camminiamo come Popolo di Dio, dove ognuno partecipa secondo il dono che ha ricevuto, in una corresponsabilità concreta”. Un luogo dove “nessuno è spettatore, nessuno è ai margini, nessuno è anonimo.” Come quel tratto di strada percorso insieme a febbraio dal popolo di Catania.

Foto di Luca Artino
Grazie per questo articolo. Confermo è proprio cosi!! E dopo questi 3 giorni di intensa festa e preghiera inizia l’anno per noi catanesi. Inizia con una forza in piu con una fede maggiore con una speranza in più intrisa di amore per Dio ed il prossimo avendo stampato nel cuore il grido A Cristo per mezzo di Agsta!!