Quando la scienza cerca capitali, metropoli e grandi hub della ricerca — dalla Silicon Valley ai campus d’élite della costa est americana, dai poli tecnologici del Nord Europa ai centri asiatici più finanziati — Antonino Zichichi sceglie Erice. Quando la ricerca rincorre visibilità e risultati immediati, lui sceglie il tempo lungo e scende sotto il Gran Sasso. Non è folklore siciliano, ma una strategia scientifica che continua a produrre effetti e che cambia, ancora oggi, il posto dell’Italia nella fisica mondiale.
È questa l’eredità che lascia Antonino Zichichi.

Nato a Trapani nel 1929, Zichichi attraversa da protagonista la seconda metà del Novecento scientifico portando con sé una convinzione netta: la grande ricerca non è una questione geografica, ma di sguardo. Nel 1963 fonda a Erice il Centro di cultura scientifica “Ettore Majorana”, trasformando un luogo appartato in un punto di riferimento stabile per la comunità scientifica internazionale.

Erice diventa un metodo. Scuole, seminari, settimane di studio, premi Nobel e giovani ricercatori condividono lavagne, problemi, ipotesi. Qui la scienza non è élite autoreferenziale, ma lavoro rigoroso, confronto continuo, costruzione collettiva del sapere. La Sicilia, da periferia presunta, si trasforma in piattaforma globale.

Alla stessa impostazione appartiene il contributo decisivo di Zichichi alla nascita dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, oggi il più grande centro sotterraneo al mondo per la fisica delle astroparticelle. Scendere sotto una montagna per proteggere gli esperimenti dal rumore cosmico significa cercare l’essenziale: neutrini, materia oscura, particelle rare. È una scelta scientifica e culturale insieme, che colloca l’Italia dentro le traiettorie centrali della ricerca contemporanea.

Fisico delle particelle, docente universitario, organizzatore di istituzioni, Zichichi è anche un protagonista del racconto pubblico della scienza. Parla chiaro, spesso in modo diretto e spigoloso, senza semplificare i contenuti. Porta la fisica fuori dai laboratori, nelle piazze, nelle chiese, nei luoghi popolari. In questo racconto occupa un posto centrale Ettore Majorana, non solo come nome inciso sulla targa di Erice, ma come simbolo di una scienza che interroga se stessa.

A Biancavilla, in un incontro molto partecipato nella basilica “Maria Santissima dell’Elemosina”, Zichichi ribadisce una tesi che lo rende, per molti, l’ultimo testimone di una versione alternativa rispetto a quella più diffusa sulla scomparsa del fisico catanese. Niente suicidio, niente fuga all’estero. Majorana, secondo Zichichi, si ritira in convento. A sostegno di questa ipotesi porta un racconto custodito per decenni: le confidenze ricevute negli anni Sessanta da monsignor Francesco Ricceri, allora vescovo di Trapani e sepolto proprio nella chiesa biancavillese.
«Mons. Ricceri –raccontò Zichichi in quella occasione– mi disse di essere stato il confessore di Ettore Majorana. Non mi rivelò nulla delle confessioni, ma mi parlò di crisi mistiche. Un dettaglio che non conosce nessuno».

Zichichi è noto anche per le sue riflessioni sul rapporto tra scienza e fede. La scienza, sostiene, ha un metodo rigoroso e limiti chiari: descrive ciò che è osservabile e riproducibile, ma non esaurisce il mistero dell’uomo. Per questo non vede un conflitto necessario con la fede, che appartiene a un altro piano. «Dimostrare Dio significherebbe ridurlo a matematica», afferma, «mentre per noi è Tutto».

Oggi, mentre a Erice si continua a insegnare e discutere e sotto il Gran Sasso si continua a misurare ciò che sfugge alla luce, il suo lascito resta operativo. È un modo di portare la ricerca dentro la storia e la Sicilia dentro la ricerca. Dentro questa prospettiva trova spazio anche una convinzione che Zichichi ha più volte ribadito: fede e ricerca non si oppongono, abitano piani diversi. Tenerle distinte, senza contrapporle, resta una delle lezioni più nette di uno scienziato che ha cercato la verità fino alla fine.

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