Catania non ha chiuso una festa. Ha ascoltato una domanda.
Nella Messa che ha concluso l’Ottava di sant’Agata, presieduta dal Patriarca di Venezia Francesco Moraglia, la Cattedrale si è ritrovata davanti a una figura che non appartiene al passato e a una fede che non si rifugia nella devozione. Agata è tornata a parlare al presente, con la voce limpida e dura di chi ha scelto di non cedere.
«Non siamo qui solo per ricordare una santa – ha detto il Patriarca – ma per affermare un patto di fedeltà che unisce Catania a sant’Agata». Una relazione viva, che attraversa i secoli. Per Moraglia, Agata «È l’anima stessa di questa città».
A partire dal Vangelo di Matteo – non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi – il Patriarca ha ricordato che «siamo in Sicilia nel III secolo ed è in corso la persecuzione di Decio», una persecuzione che «non mirava al martirio, ma all’abiura, ossia alla resa del cristiano». Ai cristiani veniva chiesto di offrire sacrifici pubblici agli dèi «per ottenere il libello, l’attestato che non sono cristiani. Roma puntava a fare degli apostati: questa era la sua vera vittoria. In questo scenario Agata è fanciulla di soli quindici anni», già consacrata a Dio, davanti a Quinziano, «l’autorità che dà la vita o la morte, che blandisce, minaccia e ordina». Eppure, ha ricordato Moraglia, «proprio all’interno della fragilità umana abita la forza di Dio».
Il Patriarca ha insistito su un punto netto: «Dentro la debolezza umana abita la forza di Dio». Di fronte a Quinziano, volto di un potere che minaccia e seduce, Agata non oppone violenza. Oppone una fedeltà che non si spezza. Le torture, la mutilazione, il martirio non sono segni della forza del persecutore, ma – nelle parole di Moraglia – «la confessione della sua impotenza».
Il martirio è un passaggio. È la vittoria di chi non possiede nulla e proprio per questo non può essere sconfitto. «Quinziano – ha affermato il patriarca – tenta di spezzare il corpo di Agata e finisce per consacrarla definitivamente a Dio». La logica del potere si infrange contro una libertà che non cerca appoggi umani.
«La fede cristiana – ha affermato il Patriarca – si basa su una relazione personale di fiducia nei confronti di Dio». Non è solo conoscenza, ma «un’esperienza che va ben oltre la dimensione razionale» e che coinvolge «l’essere e il fare dell’uomo». Agata «non crede solo che Dio esiste, ma si affida a Lui», soprattutto quando «le forze umane vengono meno» e la fiducia si rigenera «nella grazia che viene da Dio». «Dio è infinito e trascendente, ma anche intimo a ciascuno di noi: è la dimora nei credenti».
Da qui l’attualizzazione, sobria e diretta. Guerre, violenze, conflitti nelle città, nelle famiglie, tra i giovani, contro le donne. Moraglia ha indicato una direzione chiara: «La vera forza non è nella violenza, ma nella resistenza e nella fede capace di amare e, con l’aiuto di Dio, di perdonare». Anche oggi, ha detto, la debolezza può risultare invincibile.
Il riferimento al velo di sant’Agata che ferma la lava non è diventato folklore. È stato letto come segno di un legame reciproco: «Davanti ad Agata la forza distruttiva si arresta». Una fede incarnata, che intercede e protegge.
Al termine dell’ottava, proprio prima della chiusura del sacello, lo sguardo si è aperto sul futuro. L’arcivescovo di Catania Luigi Renna ha annunciato le tappe centrali dell’anno giubilare agatino. Nell’agosto 2026, per il nono centenario della traslazione delle reliquie, sarà presente a Catania un Legato pontificio, un Cardinale designato da papa Leone XIV. Il 16 agosto presiederà una veglia di preghiera ad Acicastello; il 17 agosto guiderà la processione con le reliquie fino alla Cattedrale e il solenne pontificale. Il 18 agosto sarà lo stesso Renna a concludere l’anno giubilare con la celebrazione eucaristica. Annunciata anche un’ostensione pubblica delle reliquie e la pulizia del busto reliquiario, affidata a esperti dei Musei Vaticani.