Pubblichiamo ampi stralci di una lettera alle Benedettine del Santissimo Sacramento di Catania di Francesco Esposito, regista teatrale campano, a proposito della festa di sant’Agata. Esposito è venuto nella città etnea per assistere e partecipare, per la prima volta, alla festa: ecco cosa lo ha colpito di più.
Mi chiamo Francesco Esposito, ho trentasei anni e sono anch’io originario di un’isola: Ischia, in provincia di Napoli, città dove vivo e lavoro e che, essendo così vicina all’isola, mi permette di rientrare spesso in famiglia. Sono principalmente un regista teatrale […].
Come la Sicilia, anche la mia terra è intrisa di fede e di tradizioni. Nel mio borgo, Ischia Ponte, tento da sempre di difendere con tutte le mie forze l’identità devozionale che le generazioni precedenti ci hanno lasciato in eredità […].
La mia grande devozione a Sant’Agata mi aveva da sempre fatto desiderare di partecipare alla festa che il popolo di Catania tributa alla Santa; tuttavia, per motivi di lavoro, non mi era mai stato possibile prendervi parte. I miei interessi, inoltre, sono fortemente legati non solo alla dimensione religiosa, ma anche a quella etno-antropologica, che mi affascina fin dall’infanzia e che, crescendo, ho potuto approfondire attraverso lo studio e la ricerca.
Quest’anno, fortunatamente, sono riuscito per la prima volta a essere a Catania dal 2 al 6 febbraio. La martire Agata mi ha accompagnato in ogni passo dell’organizzazione di questo viaggio-pellegrinaggio: l’appartamento che ho prenotato era in via Crociferi, con un affaccio proprio dirimpetto alla Chiesa di San Benedetto, dove voi omaggiate ogni anno la Santa con il vostro canto.
Più privilegiato di così…
È impossibile raccontare fino in fondo la bellezza della festa di Sant’Agata a Catania. Ciò che ho vissuto insieme ai miei compagni di viaggio è stato grande, traboccante: una esperienza che mi ha attraversato con gioia, inquietudine, attese lunghissime e una commozione fisica. Ho vissuto la festa dal primo rito all’ultimo, una festa che ne contiene altre mille, fatte di luce e di ombra, di giorno e di notte, di alba e di tramonto.
Per chi un viaggio in Sicilia non ha rappresentato un premio, o quasi il compimento di un voto? In Sicilia, qualsiasi seme vi cada, invece della pianta che ci si aspetta, nasce una favola. Così ho percepito la festa di Sant’Agata a Catania: una terra di mito. Tutto questo mi ha scolpito il cuore e non lo dimenticherò mai.
Desidero dire grazie alla madre priora, suor Cecilia. Il Suo discorso, pronunciato da dietro la cancellata di San Benedetto, è stato un vero balsamo per il mio cuore.
E se lo è stato per il mio, posso solo immaginare quanti altri cuori siano stati toccati dalle Sue parole […].
La mattina del 6 febbraio, quando il fercolo di Sant’Agata è giunto in via Crociferi dopo una lunghissima nottata, e voi suore avete offerto la vostra preghiera — che durante tutto l’anno si leva dall’ombra dei chiostri della clausura — alla luce trafiggente del mezzogiorno siciliano, la mia anima è stata inondata di speranza e di bellezza. Quel sole a picco, un sole greco, quasi divino, che riempiva le architetture barocche e gli occhi dei devoti, catanesi e viaggiatori, è stata per me la metafora perfetta della luce accesa dal vostro canto.
Il “vi vogliamo tanto bene” di madre Cecilia ci è arrivato dritto al cuore, come una carezza materna. In quei giorni — e in particolare in quel momento — mi sono sentito accolto e non forestiero, mi sono sentito catanese. Io e i miei compagni di viaggio ci siamo sentiti davvero “tutti devoti tutti”, uniti nel nome di Agata per glorificare Cristo.
Mi sono sentito, ancora una volta, profondamente grato al Signore per essere cristiano, figlio della Chiesa, guidato dalla Vergine Santissima e accompagnato dai santi e dalle sante che ci hanno lasciato l’esempio.
Foto di Luca Artino