Di Salvo Guarnera

Sono cresciuto in un tempo in cui si diceva che la Medicina era una missione, e con ciò si affermava il valore ideale della generosa offerta del sapere e delle energie del medico in favore del paziente, spesso senza limiti di tempo.

L’attualità sembra avere del tutto dimenticato tale valore: il medico non è più la persona capace di ascoltare, nutrire reale interesse per la vita del sofferente, generosamente curare l’uomo se non è possibile guarirlo. E ciò, in realtà, non riguarda solo il medico, ma più in generale tutti gli operatori della sanità.

Siamo di fronte a un vero e proprio disastro antropologico. Del resto, la crisi che vive la società nel suo complesso non può non riflettersi in chi esercita una professione sanitaria e ne è inevitabilmente condizionato. Socialità atomizzata, individualismo, speculazione, monoteismo del sé, presunzione di onnipotenza ne sono gli ingredienti essenziali.

L’etica liberale ha certamente contribuito a dissolvere il paternalismo tecnocraticocon il quale il rapporto fra paziente e medico era sbilanciato in favore di quest’ultimo; la posizione dominante del medico era comunque e intrinsecamente intessuta di una responsabilità che oggi è difficilmente richiamata, se non per ragioni di medicina difensiva quando non nelle aule dei tribunali.

Si è affievolita la consapevolezza che il primo elemento che caratterizza l’atto medico è l’attenzione competente nei confronti delle necessità del malato come “altro da sé”. Il filosofo Paul Ricoeur pone la questione di questa relazione in termini di promessa: promettere significa rendere giustizia sia alla stima di sé sia alla giustizia nei confronti dell’altro.

L’utopia di una società senza dolore

Aggiungo che, altrimenti, del rapporto fra medico e paziente rimane solo una distorta convergenza fra la pretesa scientifica da un lato e dall’altro la pretesa del paziente della guarigione, dell’eliminazione del dolore subito e a tutti i costi, in vista di una sopravvivenza priva di turbamenti. Un altro filosofo, il coreano Byung-Chul Han, in “La società senza dolore” ben descrive tale condizione come una delle dinamiche di una società palliativa in cui l’ideale consiste nell’utopia dell’eliminazione della sofferenza. L’uomo, proteso ad una anestesia permanente, vive un’utopica ricerca della felicità individuale che desolidarizza la società nel suo insieme.

Mentre ragionavo su tutto ciò, mi ha colpito la frase che ho casualmente letto all’interno di un esercizio commerciale: “Del tuo lavoro amerai il prossimo”; poi, entrando in relazione con le persone che vi lavorano, ho verificato come non sia uno slogan pubblicitario, ma sua diuturna, concreta applicazione.

Ciò che può salvarci è dunque l’incontro con chi testimonia un’umanità che si nutre di ideali e li rende visibili. In medicina abbiamo bisogno di maestri e di ambienti che ci insegnino a vivere nuovamente la faticosa bellezza della missione, reimparando che lo scopo della nostra ars è amare il prossimo (come te stesso…).                                                                                                                     

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