di Tiziana Palmieri*

È del 28 gennaio la Direttiva congiunta del ministro dell’Istruzione e del Merito e di quello dell’Interno su “misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici”. Arriva a seguito di un gravissimo episodio di accoltellamento occorso in un istituto di La Spezia, in cui ha perso la vita il diciottenne Youssef Abanoub.

La premessa dichiarata è il “compimento di gravi atti di violenza tra giovani, il rinvenimento di armi o di altri oggetti atti ad offendere all’interno o nelle immediate vicinanze degli istituti scolastici, nonché la presenza di fenomeni di spaccio e consumo di sostanze stupefacenti nelle aree frequentate dagli studenti” che “hanno fatto emergere come anche la scuola risenta delle dinamiche di disagio, marginalità e illegalità che attraversano il tessuto sociale”.

Quindi, che si fa? Si auspica il “rafforzamento delle capacità di prevenzione” (gestione delle segnalazioni, tempestiva attivazione delle Forze di polizia e coinvolgimento dei servizi competenti nei casi di fragilità o disagio giovanile), ma anche “misure di controllo”, con la convocazione di “apposite sedute del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica” per un’azione di analisi e sintesi “dell’attività di vigilanza e controllo”: nelle situazioni più gravi, su richiesta dei Dirigenti scolastici interessati potrà essere disposto l’impiego di strumenti di controllo agli accessi degli edifici, come metal detector, se necessario per prevenire il possesso o l’introduzione di armi.

Misure alternative, come investimenti su personale specializzato (che ne è stato dello sportello psicologico in tutte le scuole?), su interventi di equità (comodato d’uso dei libri di testo, aiuto allo studio, tutoring co-curricolare…), sull’implementazione delle strutture passano in secondo piano, configurando una risposta securitaria, con la quale si rinuncia a rimuovere le cause del disagio.

Ma reprimere non è educare e educare non è trincerarsi dietro delle regole. Lo spiega bene Vanessa Niri su Altrǝconomia: “Continuiamo a pensare che i ragazzi e le ragazze si comportino male perché noi adulti non abbiamo spiegato loro abbastanza bene le regole. Siamo fermamente convinti che alle ragazze vittime di violenza basti passare il numero di telefono del centro di ascolto, che ai maschi dobbiamo spiegare per bene che la femmina non è una loro proprietà, che nelle ore di educazione civica dobbiamo inserire una lezione sul fatto che prendersi a pugni è una cosa brutta. E che, spiegate le cose per benino, tutto andrà nella direzione giusta. Come mi ha detto una volta una professoressa: “Io ho in classe un ragazzo che ha fatto un occhio nero alla fidanzata. E pensare che l’avevo pure portato a vedere il film della Cortellesi (‘C’è ancora domani’)”.

A dire che non bastano i metal detector sono anche i ragazzi direttamente interessati. “Noi siamo in piazza e avremmo avuto bisogno di avere gli insegnanti al nostro fianco. E invece non c’è nessuno”, ha detto una delle compagne di classe di Abu Youssef, il giorno dopo la sua morte.

C’è “un urgente bisogno di comunità, di interventi di prossimità e ascolto – continua Niri – di luoghi in cui ragazzi e ragazze possano sentirsi accolti nelle loro frustrazioni, nelle loro fatiche, nella loro disperazione di una vita senza futuro e senza speranza”.

La violenza giovanile non si cura inasprendo controlli e pene. Il problema vero non sono i giovani, ma gli adulti che stanno loro intorno (ricordate la serie Adolescence?), capaci di stare in relazione e di accompagnarli a trovare un senso alla vita.

*dirigente scolastica

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