di Minimo Perez
Gentile Direttore,
Nel cuore degli avvenimenti attuali, personali (dentro tutta la loro complessità e drammaticità), nelle decisioni politiche che ci impattano, e nei fatti di attualità, in particolare la solitudine del bosco di Rogoredo, dove reportage e inchieste giornalistiche documentano spaccio, consumo di droga, violenze e abusi, talvolta anche da chi dovrebbe tutelare la legge, mi sono sentito provocato da una domanda: l’esperienza che nasce dalla vita cristiana protegge o espone di più a questi avvenimenti? Ci provoca o ci anestetizza di fronte alla realtà, laddove il vuoto sembra raggiungerci a ogni ora? Non basta, infatti, dire “c’è Dio”.
Non c’è surrogato, rituale che tenga se non c’è presenza reale, una relazione concreta che regga la caduta e permetta di vivere umanamente. Lo ricorda il chirurgo Enzo Piccinini in una delle sue testimonianze più belle: nel dover prendere la decisione se operare una paziente in pericolo, si trovava nel buio totale, tremante e incerto. Decisiva fu, in quell’occasione, nel prendere il coraggio di affrontare la realtà che si presentava come rischiosa per lui e per il paziente, la presenza reale di don Luigi Giussani, che colse nella realtà (non in una garanzia del successo dell’esito dell’intervento, che non si poteva avere) i segni del fatto che occorreva comunque tentare. Don Giussani fu un contatto umano reale che incoraggiava Piccinini a esporsi alla vita concreta senza anestetizzarsi. Piccinini non eliminava il suo io, lo portava fino in fondo: rischiava tutto, agiva tremando, eppure sapeva che il risultato non dipendeva da lui. Alla fine, dopo aver operato, si accorse che il malato andava meglio e comprese di esser stato “strumento di un miracolo”. E questo è il senso: la realtà e Dio possono agire attraverso di te senza che tu sia l’artefice ultimo.
È l’esperienza che faccio nella caritativa con le Suore Missionarie della Carità. L’essere amato per quel che sono mi fa fare l’esperienza della libertà dai miei limiti. Non un principio astratto, ma una realtà che permette di affrontare il vuoto e la ricerca di surrogati con verità, senza scorciatoie, instancabilmente.
La fede cristiana, dunque, non anestetizza, non protegge nel senso di schermarti dal rischio: ti espone, ma ti dà anche il sostegno reale per restare nel dramma della vita. Ti insegna con estrema pazienza e instancabile sostegno a rialzarti e a onorare la realtà così com’è, misteriosa, senza illusioni, senza difese, senza cercare di fuggire dal vuoto.
Accompagnato, anche nel limite fai esperienza di esser dentro qualcosa di grande. Il bosco di Rogoredo, il rischio, la solitudine, il vizio: tutto questo mostra quanto sia necessario un pieno reale. La pressione quotidiana, la caduta ricorrente, la frustrazione intensa non possono essere superate da tecniche astratte. Ci vuole una relazione concreta, contatto umano, riconoscimento di una presenza umana senza pretesa nei tuoi confronti, senza giudizio, “miracolosa”. Una presenza che perdona senza sosta.
Il pieno non viene dal controllo, dalla protezione o dall’illusione, ma dal restare presenti di fronte a una presenza umana e reale, eppur miracolosa, che ti accompagna pazientemente a esporti al “bosco di Rogoredo”.