di Daniele Gulinello
La scuola è crogiuolo della società, è un luogo capace di contenere contemporaneamente il passato, il presente e il futuro. Si tratta di una realtà così importante da avere, a livello istituzionale, un ministero dedicato in modo esclusivo. Nella scuola, lo Stato si occupa del proprio futuro. Dai ministri agli insegnanti, fino ai genitori, tutti gli adulti sono chiamati a prendersi cura del futuro della propria società. La formazione delle giovani generazioni è responsabilità di tutti gli adulti. Questo compito fondamentale che noi adulti abbiamo nel prenderci cura della crescita dei giovani non è solo civile, non è solo espressione di alcune leggi, ma è prima di tutto naturale, appartiene alla natura dell’essere umano.
Un Padre maturo e pienamente adulto non può fare a meno di prendersi cura dell’educazione dei propri figli.
Negli ultimi centocinquant’anni, la scienza dell’educazione si è sviluppata grandemente, indagando sull’infinità di sfaccettature che caratterizzano la crescita e lo sviluppo dell’essere umano, fornendo spiegazioni puntuali e metodologie didattiche innovative e rivoluzionarie. Per lo Stato è necessario che ogni insegnante conosca e sappia mettere in pratica tutto questo sapere. Per questo motivo, buona parte dei quesiti che caratterizzano il concorso statale per diventare docenti di ruolo, richiedono una profonda conoscenza di Psicologia, Sociologia e Pedagogia e anche il nome e il cognome di un qualsiasi teorico dell’educazione deve essere puntualmente memorizzato, pena l’esclusione. Il cospicuo numero di ammessi, i vincitori del concorso, coloro che hanno dimostrato fondamentalmente di avere una memoria di ferro, come se l’abilità principale per essere insegnanti fosse solo questa, stranamente non riescono mai a coprire i posti vacanti.
I docenti precari
Questo crea quell’enorme girone dantesco di aspiranti insegnanti precari sparsi per le province di tutta Italia. Io appartengo a questa categoria in costante e ansiosa attesa di quella mail che potrebbe concederci la possibilità di relazionarci, per un breve periodo, con chi rappresenta l’obiettivo ultimo della nostra formazione: gli studenti.
Varcare la soglia di una classe composta da circa 25 adolescenti o preadolescenti, può essere un’esperienza molto forte e profondamente in contraddizione con tutto ciò che si è studiato.
Ti accorgi subito che l’unica cosa che di sicuro è cambiata dall’Unità d’Italia ad oggi è la presenza della LIM, per il resto l’ambiente della classe è tendenzialmente scomodo e spesso angusto. Di sicuro l’ambiente in cui si devono formare le giovani menti non predispone al piacere della scoperta. La cattedra dell’insegnante è sempre posizionata al solito posto e lo stesso vale per i banchi. Tutto sembra prendersi gioco di quei grandiosi pedagogisti italiani che già nei primi anni del secolo scorso teorizzavano metodologie didattiche che sono rivoluzionarie ancora oggi. Sembra evidente, a mio avviso, che la stragrande maggioranza delle cose che un aspirante insegnante è chiamato ad imparare e conoscere perfettamente siano solo utili ai fini del superamento del concorso, ma nella realtà di una classe niente è predisposto all’applicazione di particolari innovazioni proposte più di cento anni fa. Inoltre, è interessante notare come nel tempo sia aumentato il numero di adulti presenti in classe, tra insegnanti di sostegno ed assistenti alla comunicazione. L’aumento di queste presenze qualificate spesso sembra collegato al quartiere in cui si trova la scuola oppure è direttamente proporzionale alla distanza tra il centro della città e la periferia.
Il tesoro prezioso: i giovani
In ogni caso, quando riesci finalmente a sedere su quella sedia dietro la cattedra, ti trovi davanti al tesoro più prezioso: giovani studenti e studentesse, un mondo fatto di emozioni, ansia da prestazione, sentimenti, ormoni in circolo, istinto, ma soprattutto di bisogno di essere ascoltati e di senso di solitudine. Giovani che invece di essere guidati nella loro crescita, devono sempre fare a gara a chi ricorda a memoria più cose per l’interrogazione o il compito in classe. La regola principale è sempre la stessa: che vinca il più forte. Per la stragrande maggioranza dei giovani che ho incontrato, nel mio vagare da supplenza in supplenza, in lungo e in largo per la provincia di Catania, il pensiero dominante che accomuna quasi tutti è quello di considerare la scuola un luogo di costrizione, dove la classe a volte sembra veramente una cella con le sbarre alle finestre, dove si è chiamati a dare conto di cose ritenute inutili e che oggi sono in parte semplificate dall’intelligenza artificiale che lavora per te.
Le mancanze di cui nessuno si accorge
Quasi nessuno a scuola ha tempo di occuparsi delle vere mancanze che portano con sé gli studenti. La mancanza principale che hanno in molti è la figura di un adulto vero e non un “adultescente”. Questo aspetto, questo disagio, non può essere pienamente colmato dal lavoro di un insegnante e spesso è causa di reazioni inaspettate che meriterebbero delle giuste domande: cosa ci sta dietro ad ogni reazione di violenza di un giovane, all’elevato aumento di aggressività? Riusciamo a porci le domande giuste, riusciamo noi adulti ad ammettere le nostre mancanze? Siamo abbastanza maturi per farlo? Genitori, insegnanti, presidi, ministri, adulti, ma anche sacerdoti, religiosi e religiose, dove siamo tutti? Quando la smettiamo di fare solo un bel ritratto molto accurato e preciso della situazione, stando attenti a tirarci fuori perché la colpa è sempre di qualcun altro? Quando cominciamo noi per primi, ognuno nel suo ambito, a portare avanti soluzioni che siano degne della responsabilità che abbiamo, invece di proporre “azioni preventive” che non guariscono, che non sono in grado di risolvere veramente il problema, ma fungono solo da specchietti per le allodole, raccolgono consensi e danno la sensazione di mettersi la coscienza a posto?