di Marco Pappalardo
Lo sviluppo dell’io e del noi rappresenta uno dei compiti più delicati e decisivi dell’educatore, affinché nella crescita della persona siano inseparabili le dimensioni relazionale e comunitaria. Significa innanzitutto prendersi cura dell’io e aiutare ciascun ragazzo o giovane a scoprire la propria identità, il proprio valore, le proprie domande profonde. L’io non nasce già compiuto, ma si costruisce attraverso il riconoscimento, l’ascolto e la fiducia. Un educatore autentico non plasma dall’esterno, bensì crea le condizioni perché l’altro possa emergere, prendere parola, assumersi la responsabilità delle proprie scelte. In questa prospettiva, l’educazione diventa un atto di speranza, cioè credere che in ogni persona esista una possibilità di bene, anche quando è nascosta. L’io, da solo, non basta; se non incontra il noi rischia di diventare fragile, ripiegato su sé stesso o prigioniero dell’individualismo. Qui si apre il secondo grande compito educativo, quello accompagnare la scoperta che l’identità personale si realizza pienamente solo nella relazione. Il noi non è la negazione dell’io, al contrario rappresenta il suo compimento. È nello stare con gli altri, nel condividere regole, responsabilità, sogni e fatiche, che la persona impara il senso del limite, del rispetto, della solidarietà. Dal punto di vista pastorale questo passaggio assume un valore ancora più profondo. Il noi non è soltanto un gruppo o una comunità funzionale, ma diventa esperienza di comunione, luogo in cui si sperimenta che la vita è dono ricevuto e donato.
Quando l’educazione diventa testimonianza
Educare al noi significa allora aiutare a superare la logica del “per me” per aprirsi al “con gli altri” e al “per gli altri”. È un cammino lento, fatto di piccoli gesti quotidiani come imparare ad ascoltare, a chiedere scusa, a portare insieme il peso delle difficoltà. L’educatore si trova così in una posizione particolarmente esigente, poiché è chiamato a tenere insieme l’attenzione alla persona e la costruzione della comunità. Non può sacrificare l’io in nome del noi, né ignorare il noi per proteggere l’io. Il suo compito è quello di abitare la tensione tra queste due dimensioni, mostrando con la propria vita che è possibile essere sé stessi senza escludere gli altri, e costruire legami senza perdere la propria unicità. In questo senso l’educazione diventa anche testimonianza. I ragazzi apprendono il valore del noi non tanto dai discorsi, quanto dall’esperienza concreta di adulti capaci di relazioni autentiche, di corresponsabilità, di servizio. In questo orizzonte la scuola rappresenta uno dei luoghi privilegiati in cui il cammino dell’io e del noi può essere accompagnato in modo intenzionale e quotidiano. Non è soltanto uno spazio di trasmissione di saperi, ma un ambiente di vita in cui si intrecciano relazioni, regole, conflitti, collaborazioni, successi e fallimenti.
Lo studente persona unica e irripetibile
Nel contesto scolastico lo sviluppo dell’io passa attraverso il riconoscimento dello studente come persona unica e irripetibile. Ogni ragazzo porta con sé una storia, un modo di apprendere, fragilità e talenti differenti. L’insegnante è chiamato, dunque, a leggere percorsi, a cogliere segnali, a restituire fiducia, a valutare prestazioni. Quando uno studente si sente visto, ascoltato e preso sul serio, si rafforza e diventa più capace di affrontare le sfide dell’apprendimento e della crescita. Allo stesso tempo la classe non è una semplice somma di individui, bensì una comunità in costruzione, in cui attraverso il rispetto delle regole comuni, il lavoro di gruppo, la gestione dei conflitti e la condivisione delle responsabilità, gli studenti fanno esperienza del fatto che il bene personale è intrecciato al bene collettivo. Qui il noi prende forma nella quotidianità: imparare ad aspettare il proprio turno, accettare punti di vista diversi, sostenere chi è in difficoltà, riconoscere il valore del contributo di ciascuno.
Scuola e cittadinanza responsabile
Quindi, la scuola può diventare anche un luogo di educazione alla fraternità e alla cittadinanza responsabile. L’azione educativa apre alla domanda di senso, al rispetto della dignità di ogni persona, alla cura dei più fragili, in modo che il noi scolastico, se vissuto in modo autentico, prepara a un noi più grande, quello della società, della comunità civile, e per chi crede, della comunità ecclesiale.
Alla luce di queste sfide educative e pastorali, giovedì 5 marzo dalle ore 16 alle ore 19, presso la Parrocchia Santi Zaccaria e Elisabetta di Catania, si terrà un convegno promosso dagli Uffici diocesani per l’Insegnamento della Religione Cattolica e per la Pastorale Scolastica, pensato per educatori, insegnanti e operatori pastorali. L’incontro si svolgerà alla presenza dell’Arcivescovo Luigi Renna e vedrà come relatori Rosaria Cascio (Docente e scrittrice alunna di Padre Pino Puglisi) e Domenico Fabio Tallarico (Docente e Rettore della Scuola Sacro Cuore di Cesena). A moderare i lavori sarà Giuseppe Di Fazio, Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali. Sarà un’occasione preziosa per rileggere il compito dell’educatore oggi come accompagnatore di persone in crescita, capaci di abitare il mondo con consapevolezza, responsabilità e apertura all’altro.
